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Outside the Wire, recensione: la guerra del futuro

Con Outside The Wire, Netflix arricchisce il proprio catalogo di film di fantascienza e offre al regista svedese Mikael Håfström la possibilità di addentrarsi in un genere tutto sommato diverso da quelli in cui si era cimentato in passato. Se con le precedenti produzioni aveva proposto pellicole più affini all’horror, in Outside the Wire il cineasta scandinavo vuole presentare la sua personale visione dei conflitti futuristici, annettendo alla narrazione principale delle provocatorie suggestioni fantapolitiche. A ciò si aggiunge un gusto per l’ucronia che vede scenari alternativi farsi spazio tra le eterne rivalità tra USA e Russia, tratteggiando nuove modalità d’intendere i conflitti stessi. Può tutto ciò bastare per fare di questo film un must?

Outside the Wire, l’alba di una guerra tecnologica

In Outside The Wire, la guerra di confine è solo una delle tante lotte a ridosso di frontiere non condivise e in mano a cani sciolti. In un gioco di potere più grande di quanto si possa immaginare, sono le nuove tecnologie belliche d’avanguardia a mettere davvero a repentaglio gli equilibri del mondo intero, e nessuna di queste ha più nulla a che fare con i vecchi soldati. Se è vero che la guerra non cambia mai e che gli spargimenti di sangue non cesseranno mai di esistere, è vero anche che in un futuro non troppo distante potrebbero cambiare del tutto le percezioni umane in relazione agli atti nefandi compiuti.

Outside the Wire si apre con una premessa che mette subito in chiaro gli scenari in cui il film s’inoltra, lasciando lo spettatore nel dubbio che l’amalgama preveda una forte preponderanza di scene dal fronte. In realtà, dopo aver chiarificato le posizioni di partenza degli schieramenti, la pellicola di Mikael Håfström dimostra di avere un’apertura completamente diversa, col piglio provocatorio di chi vuole rimettere in discussione il concetto di umanità durante le azioni più atroci che un uomo possa compiere. Esiste emotività in chi annienta un proprio simile? Che differenza ci sarebbe, allora, se al posto degli uomini fossero introdotti dei cyborg che agiscono con un unico scopo?

A questi interrogativi, Outside the Wire aggiunge le conseguenze più logiche legate all’introduzione di IA senzienti e ribelli, capaci di ordire piani complessi con la medesima capacità di elaborazione di un qualunque essere umano. Oltretutto, le macchine sono esteticamente indistinguibili dalle controparti organiche, ponendo tutti in una situazione di grande allerta, poiché forza e atletismo dei cyborg sono fuori scala rispetto a qualunque essere umano. Outside the Wire fa molto affidamento sulle possibilità che una simile implicazione porta con sé, facendo sfumare certe convinzioni ancorate al presente e aprendosi la strada alle capacità evolutive che la vita e i suoi surrogati sono in grado di garantire.

Deliri di onnipotenza e ribellione

In tal senso, Outside The Wire riesce a proporre un’idea futuribile di grande impatto filosofico, ponendo l’accento sull’equilibrio tra valore della vita e funzione ultima del soldato. Lo fa però con poco coraggio, suggerendo appena e mai approfondendo a sufficienza, lasciando fluttuare temi importanti senza mai espanderli a dovere. E questo è francamente un gran peccato, perché Outside the Wire non lesina mai sull’importanza di contenuti che hanno sempre fatto la fortuna della più vivace fantascienza d’anticipazione; ciò nonostante, è impossibile non sottolineare quanto la trattazione dei temi sia sin troppo scolastica e poco brillante.

Outside the Wire ambienta il suo racconto nell’Europa dell’est, zona in cui è in corso una violenta guerra civile. Le truppe della missione di pace statunitense sono stanziate su questa nuova frontiera senza legge, controllata a lungo da Viktor Koval, spietato signore della guerra di cui pochi conoscono le sembianze. Per contrastarlo, il Pentagono ha dispiegato un esercito di soldati robot detti Gump, per la prima volta in servizio attivo. Dopo un evento improvviso e ineluttabile, a partire per la trasferta saranno un pilota di droni alle prime armi (Damson Idris) e un ufficiale androide (Anthony Mackie). L’obiettivo della missione è recarsi nella zona demilitarizzata per localizzare un ordigno nucleare in grado di cambiare le sorti di un’intera nazione.

Sebbene la conduzione della narrazione sia piuttosto lineare e tutto sommato ordinata nel seguire il proprio schema, molte soluzioni risultano essere sin troppo telefonate, compreso il prevedibile finale. Se da una parte Outside the Wire ha l’ambizione di uscire fuori dal seminato, elevando anche il valore di alcune argomentazioni, dall’altro si perde in sin troppi cliché già visti in una miriade di altri film. Lo fa soprattutto nel modo in cui mette in scena l’eroe americano e nella scrittura di alcuni personaggi monodimensionali, soprattutto per quanto riguarda il cattivo di turno.

Questione di ritmo e tecnica

Alla luce di quanto detto finora, è chiaro come Outside the Wire sia un po’ vittima delle proprie ambizioni. In fin dei conti, tra i Gust che non sono altro che dei semplici mech appena evoluti, e l’idea dell’androide potenziato in grado di sostituire persino piccoli plotoni, c’è davvero poco che possa essere considerato inedito all’interno del genere d’appartenenza. Quella di Outside the Wire è di fatto un’occasione mancata: per il lavoro del regista, che convince solo a metà, e per delle ingenuità narrative che non riescono a far emergere davvero il film.

Discorso completamente diverso, invece, per quanto riguarda le scene d’azione. Nonostante non siano preponderanti né molto articolate, riescono a punteggiare con gran ritmo Outside The Wire, rivelandosi in ultima battuta le sezioni più convincenti e riuscite. Pur non facendo un uso smodato di effetti speciali e soluzioni ardite, riescono a restituire un gran senso di fisicità e potenza, che unitamente alla performance attoriale dell’ottimo Anthony Mackie offrono uno spettacolo visivo di grande impatto.

L’utente più attento e appassionato non potrà fare a meno di notare come alcune scene si avvicinino con forza al cinema di Neill Blomkamp, e non mancano nemmeno chiare ispirazioni ai suoi lavori più in vista e a suoi ultimi corti. È proprio grazie ai momenti più adrenalinici che Outside the Wire raggiunge la sufficienza e si salva dall’oblio, per larghi tratti sfiorata per via della poca inventiva nel saper dare un apporto tangibile alla fantascienza d’autore. Non si tratta di un brutto film, e benché il minutaggio sia sin troppo elevato per via di alcune diluizioni, un paio di buone intuizioni fanno capolino in più di un’occasione. Giudicarlo come un successo, tuttavia, è qualcosa che si fatica a prendere in considerazione.

Se siete amanti della fantascienza contemporanea e avete già visto Altered Carbon, serie Netflix con Anthony Mackie, potrete recuperare la trilogia letteraria a questo indirizzo.