Cinema e Serie TV

The Witcher, quando una serie non è per tutti

Partiamo da un presupposto: nessuna serie si rivolge all’intero pubblico a disposizione di un medium. Nessun film può accontentare tutti e ci sarà sempre una parte della platea che non si lascerà appassionare dal fenomeno del momento. È un assunto talmente scontato che non andrebbe nemmeno specificato, ma serve per introdurre l’argomento cardine di questa disamina, che arriva dopo avervi mostrato le differenze che intercorrono tra la serie videoludica di The Witcher e la serie televisiva e successivamente avervi anche spiegato quali sono i romanzi da recuperare per godere a pieno la produzione Netflix.

Il particolare più importante è che The Witcher, nel suo essere affrontato in maniera snella, non può essere una serie per tutti, più di quanto si possa pensare. Innanzitutto specifichiamo che il prodotto realizzato parte sì da una saga narrativa, ma si porta un’importantissima fetta di fan che proviene dalla sua declinazione videoludica, che ne ha reso molto più massiva la conoscenza e più diffuso l’intero brand. In aggiunta già i libri di Andrzej Sapkowski sono stati letti da una percentuale che non è la totalità dei videogiocatori che si sono addentrati nel Continente con lo Strigo, quindi pensare che The Witcher possa risultare un’esperienza unica e omogenea per l’intera platea di spettatori sarebbe molto arrogante.

Fantasy sì, ma non chiamate Martin

The Witcher non è il nuovo Game of Thrones, ma non vuole nemmeno esserlo. Sapkowski ha realizzato una saga fantasy che riprende molti aspetti del folklore polacco, inserendo nel suo universo un protagonista che è perfettamente neutrale, non schierato da nessuna parte, cinico e che pensa soltanto al proprio tornaconto in un primo momento, successivamente a quello di Ciri, la principessa che decide di difendere a costo della propria vita. Questi aspetti, che possono piacere o meno, sono uniti esclusivamente da un ambiente che nel frattempo si muove in maniera molto compassata, senza farci preoccupare di una struttura politicamente pregnante.

Dimenticatevi i complotti, gli intrighi, gli sviluppi sociali che sono raccontati nella serie in Italia nota come Il Trono di Spade. Non ci sono morti eclatanti, non ci sono schemi che strizzano l’occhio verso le soap opera, ma più semplicemente un fantasy che vive di energia propria, concentrandosi sui personaggi volutamente dark e oscuri, tenebrosi, misteriosi. Da tenere in considerazione quest’ultimo aspetto, perché The Witcher si concentra molto di più sulla riflessione, sul dare spunti, sull’offrire delle domande allo spettatore: Geralt si interroga sulla sua natura, sull’essere giusto o meno il proprio ruolo nel mondo, uccidere mostri o meno, ma anche sul proprio passato e sul triste destino che gli è toccato, quello di essere un umano modificato geneticamente e costretto a essere uno strigo.

Geralt, di mestiere caotico neutrale

È facile intuire, quindi, come possa essere difficile immedesimarsi in un personaggio come lo Strigo, mentre in Game of Thrones ci è stata data la possibilità di sposare l’una o l’altra fazione, affezionarci al candidato morto dell’anno o a qualcun altro, salvo poi soffrire in ogni caso. L’essere apatico, cinico e spesso atarattico, rende Geralt un personaggio che con grande difficoltà entra nel cuore dello spettatore. Allo stesso modo gli unici intrighi che The Witcher offre allo spettatore è il rapporto sentimentale che si crea tra lo Strigo e Yennefer, la maga inizialmente affetta di cifosi e successivamente guarita grazie alla magia. Non c’è, però, niente di conturbante in questo rapporto, se non la sincerità di due persone che sono separate esclusivamente dal loro rispettivo destino e da diverse esigenze.

The Witcher risulta essere più polverosa, nel senso che non ha paura di sporcarsi le mani, di risultare più nebbiosa, e i comprimari di Geralt non hanno bisogno di aiuto, sono sufficienti a loro stessi. La serie, però, si rivolge ai fan dei videogiochi o dei romanzi, a un pubblico già erudito, che già sa, che ha letto le due raccolte di racconti scritti da Sapkowski: perché la serie non si pone il problema di confondere lo spettatore meno esperto. Per questo si farà fatica nelle prime quattro puntate, fino a quando non arriverà il momento di entrare nel pieno dell’azione, con Yennefer e Geralt che si incrociano, fino a Ciri: fino a quel momento le linee temporali, tre per l’esattezza, che vengono utilizzate mettendo anche in confusione lo spettatore, sono rapide, confusionarie, sporche. Per l’appunto, Netflix non è HBO e non sfrutta gli elementi che appartengono a Game of Thrones.

Una serie poco popolare

La struttura che The Witcher mette in piedi spinge lo spettatore medio a interessarsene per vivere quella magia che solo il fantasy riesce a donare: non c’è niente di moderno, di realistico: si combattono viverne, si affrontano Djinn rinchiusi in una lampada e ci si sposta a cavallo tra una città e l’altra. Tutti i crismi ci sono, ma bisogna avere una grande curiosità di fondo nei confronti del brand e del personaggio stesso: proporre Game of Thrones al grande pubblico è stato, dopotutto, facile, ma farlo anche con The Witcher è molto più arduo. Chi non conosce la saga videoludica non approccerà facilmente le vicende dello Strigo, se non per pura curiosità o perché sospinto dall’opinione pubblica, o dal marketing di Netflix. Sperare di trovare qualcuno che ha letto i romanzi senza aver giocato al videogioco è un’impresa altrettanto ardua, ma che confidiamo di poter vincere.

Ecco quindi che appassionarsi a The Witcher, che ha dalla sua degli elementi positivi e dei risvolti funzionanti, soprattutto nell’offrire una controparte televisiva dello Strigo, sembra diventare un atto di fede. Gli showrunner non hanno voluto rendere la serie aperta a tutti, popolare, ma si sono concentrati su quella vasta oramai fetta di fan che segue Geralt. D’altronde 10 milioni di copie vendute solo per il terzo capitolo della saga significa partire da una fan base di grande respiro, che qualche milione di spettatore se l’è già assicurato in tutto il mondo. E se la seconda stagione è stata confermata a tempo di record qualche motivo ci deve pur essere. Ma non aspettatevi di parlare con i vostri colleghi di lavoro di The Witcher così come vi è successo con Game of Thrones, Peaky Blinders, Tredici o tutte le altre serie che davvero fanno del pop la propria natura principale.

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