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Dipendenza da smartphone: “Screen Time di Apple e soluzioni simili non risolveranno il problema”

Tristan Harris, critico del settore tecnologico, afferma che le funzionalità messe a disposizione dai colossi come Apple e Google non risolveranno il problema della dipendenza da smartphone perché non affrontano il problema di fondo.

Tristan Harris, uno dei principali critici del settore tecnologico, afferma che le funzionalità messe a disposizione dai colossi come Apple e Google non risolveranno il problema della dipendenza da smartphone perché non affrontano il problema di fondo. Il critico si dice felice che le aziende tecnologiche abbiano cominciato a preoccuparsi del benessere dei propri utenti, ma crede che le funzioni come Screen Time e Digital Wellbeing siano fuorvianti.

Infatti, queste feature aiutano gli utenti semplicemente a capire quanto tempo passano sui loro dispositivi, ma non mostrano loro alternative e non li incoraggiano a fare altre attività più soddisfacenti. Harris pone l’accento su quella che viene definita “economia dell’attenzione”. In tal senso, il critico ha affermato che “per anni, queste aziende hanno progettato i loro prodotti per approfittare delle innate inclinazioni e carenze mentali dei loro clienti per manipolarli nel trascorrere sempre più tempo con quelle app e servizi”.

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L’economia dell’attenzione, infatti, si basa sulla consapevolezza che l’attenzione umana è limitata e se l’utente impiega troppo tempo per cercare un’informazione, si rivolgerà altrove. Proprio per questo, molte applicazioni hanno creato interfacce utente in grado di fornire subito all’utente ciò che sta cercando, attraverso contenuti pertinenti e interessanti. Un esempio sarebbe quello delle pagine a scorrimento.

È proprio su questo aspetto che Harris offre un suggerimento pratico: per contrastare la manipolazione dell’attenzione, gli sviluppatori potrebbero introdurre negli infiniti sistemi di scroll, un ritardo casuale che a un punto imprevedibile causi un rallentamento. Sarà capitato sicuramente anche a voi di chiudere un’applicazione e di utilizzarne un’altra se ci sono rallentamenti o se non soddisfano le nostre esigenze.

Rallentando la navigazione, l’utente si sentirà frustrato, smetterà e cercherà di fare altro. Questo non risolverebbe l’intero problema, ma – afferma – “funzionerebbe meglio di un promemoria che ti dice che hai trascorso un’ora e 23 minuti sul tuo dispositivo”. Il problema di base della dipendenza da smartphone, in realtà, è il desiderio e il bisogno di connessione che gli utenti hanno, come dimostrato in questa ricerca condotta da Google. L’economia dell’attenzione si è evoluta ed è diventata dipendenza.

Per quanto le aziende tecnologiche possano lavorare sul benessere digitale dei propri utenti, bisogna ammettere – purtroppo – che i giganti come Google o Facebook dipendono a loro volta dai nostri occhi incollati sui dispositivi. Se li abbandonassimo, subirebbero una grande perdita. È dunque anche nel loro interesse cercare di tenerci attaccati ai loro prodotti, seppure con il giusto equilibrio.

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