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Facebook in crisi, sarebbe meglio chiudere tutto?

Un reportage del New York Times mette in crisi la dirigenza Facebook, che offre risposte inadeguate e circostanziali.

Mark Zuckerberg, fondatore e attuale dirigente di Facebook, ha pensato di chiudere tutto, più di una volta. Lo ha confessato durante una recente intervista con giornalisti di tutto il mondo, spiegando che ogni volta si sarebbe trattato di un gesto estremo per difendere la privacy dei suoi utenti da questo o quell’attacco.

A rendere necessario l’incontro con i giornalisti c’è l’ennesima ragione di imbarazzo per Zuckerberg e Facebook. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e altre violazioni più o meno gravi, dopo le accuse di abusare della fiducia degli utenti, ci sono i report secondo cui l’azienda non è stata in grado di contrastare, addirittura avrebbe favorito, l’ingerenza di parti terze (russe) nel processo elettorale. Proprio negli ultimi giorni, forse in risposta alle polemiche, l’azienda ha fatto sapere di aver rimosso centinaia di migliaia di account falsi, usati probabilmente per attività illecite.

Più volte, inoltre, Facebook è stata accusata di non fare abbastanza per tenere a freno chi incita all’odio e alla violenza. Ed è recentissima la notizia che riguarda Definers Public Affairs, che ha collaborato con Facebook ma ha anche alimentato un discorso distorto legato alla figura di George Soros – polemiche che in genere sono di stampo antisemite e legate alle destre più radicali e violente.

“Non sapevo che lavorassero per noi o che lavoro stessero facendo, ma avrei dovuto”, ha scritto la seconda in comando Sheryl Sandberg, “ho grande rispetto per George Soros, e le teorie cospirazioniste e antisemite contro di lui inorridiscono”.

Le polemiche nascono in particolare da un reportage del New York Times secondo cui Facebook, per ordine diretto di Sandberg e Zuckerberg, avrebbe manipolato le informazioni sui dati pubblicitari, di fatto ingannando i suoi clienti paganti – gli inserzionisti. Zuckerberg, similmente, ha detto di essere venuto a conoscenza di questi fatti dal quotidiano newyorkese. La risposta ha comprensibilmente colto di sorpresa i giornalisti all’ascolto: com’è possibile che non sapessero di aver avviato una collaborazione con un’agenzia politicizzata, e che questa stesse portando avanti azioni discutibili a loro nome? Per capirci qualcosa, probabilmente, Zuckerberg dovrà tornare di nuovo di fronte a una commissione parlamentare e rilasciare una dichiarazione giurata.

Gli articoli del NYT (almeno quattro negli ultimi giorni, su questo tema), tendono a dipingere la dirigenza Facebook come un gruppo di persone spietate, disposte a fare qualsiasi cosa per raggiungere gli obiettivi di crescita.

Vista la situazione, dunque, forse Mark Zuckerberg si trova in uno di quei momenti in cui considera di chiudere Facebook. La fiducia degli utenti è ai minimi storici (e i più giovani non sembrano interessati a iscriversi), gli inserzionisti li accusano di non avere morale, i politici minacciano leggi restrittive, la stampa li tratta quasi come collaborazionisti delle spie russe, nonché sostenitori di complottisti e paranoici. Insomma, non è certo un quadro rassicurante per il social network più grande del mondo.

“Non ci si può fidare di Facebook per un’autoregolamentazione”, ha detto il Deputato David Cicilline, “questo reportage rende chiaro che i dirigenti Facebook metteranno sempre i loro enormi profitti davanti all’interesse dei loro clienti” – è bene ricordare che chi usa Facebook non è un cliente, ma più sensatamente il prodotto in vendita. I clienti, quelli veri, sono quelli che pagano per fare pubblicità.

Ma Facebook è un’impresa enorme, con i suoi 10mila dipendenti e le decine, forse centinaia di migliaia di persone nel mondo che in qualche modo hanno costruito un’attività commerciale a partire da questo social network. Non si può semplicemente chiudere, e questo Zuckerberg dovrà tenerlo in considerazione. Ma non si possono nemmeno prendere contromisure tali da ridurre troppo i profitti, altrimenti si finisce comunque gambe all’aria.

E allora che si può fare? Come potrebbe rispondere Facebook alle critiche? La missione è di quelle più difficili: da una parte a Zuckerberg si chiedono interventi affinché Facebook smetta di essere un ricettacolo di falsità, teorie del complotto e della cospirazione, paranoie di vario genere, incitazioni all’odio e alla violenza. Ma dall’altra questi sono i contenuti che più di tutti innescano la viralità e generano denaro. Se Facebook li togliesse, e tecnicamente forse potrebbe, poi da dove prenderebbe il denaro? Potrebbero fare tutto e il contrario di tutto, ma senza un’attenta valutazione delle conseguenze si rischia il salto nel buio. E nessuno nei panni di Zuckerberg vorrebbe farlo. Voi sì?