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Chi è She-Hulk? Dal fumetto alla serie Disney+

Cosa può esserci di più pericoloso di una forzutissima eroina dalla pelle verde, capace di tenere testa ai più possenti villain ed eroi del mondo Marvel? Probabilmente, una forzuta e affascinante eroina capace di trascinarti in tribunale e farti pure causa, o almeno è quello che si è pensato a inizio anni ’80 in casa Marvel quando si è dato vita a She-Hulk, una versione femminile del più noto Gigante di Giada marveliano. Jennifer Walters, infatti, è una figura nata come derivazione dell’inarrestabile Hulk, una genesi che non affonda solamente nel contesto fumettistico della Casa delle Idee, ma anche all’interno di diverse dinamiche in corso in quegli anni.

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Fortunatamente, nel corso dei successivi quattro decenni dalla sua nascita, She-Hulk ha saputo dimostrarsi molto più di una semplice mossa commerciale, arrivando ad anticipare alcune intuizioni future che hanno reso più famosi altri personaggi Marvel e diventando lo specchio di una visione della donna al passo con i tempi, per quanto stereotipato secondo l’immaginario maschile del momento. Non male per un personaggio che era nato con lo scopo di mettere il bastone tra le ruote nientemeno che alla CBS!

She-Hulk: come salvare una potenziale serie televisiva

Non esisterebbe She-Hulk se in casa Marvel, a partire dagli anni ’70, non si fosse pensato di portare i propri eroi sul piccolo schermo, dando vita a una serie di produzioni televisive che dessero nuovo lustro ai personaggi Marvel. Al buon Stan Lee l’idea di conquistare Hollywood con Vendicatori, Spider-Man e Captain America era sempre garbata parecchio, tanto che decise di abbandonare la sua New York per trasferirsi sulla costa pacifica degli States, in modo da curare personalmente questa sua ambizione. Una decisione che portò alla nascita di diversi tentativi per conquistare il mercato televisivo, con il Tessiragnatele e Steve Rogers in prima linea, che pur essendo personaggi di punta dal punto di vista editoriale non riuscirono a cogliere il favore del pubblico. Una missione che riuscì invece a Hulk, protagonista di un serial di successo che venne visto come il punto di partenza di un contesto televisivo marveliano, tanto che nella serie comparvero anche altri supereroi, come Thor e Daredevil.

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Un successo, quello di Hulk, che spinse i vertici della CBS a pensare a una serie parallela che avesse come protagonista un’eroina simile al verde energumeno, in modo da attrarre un diverso target demografico, operazione già riuscita con La donna bionica, spin-off al femminile dell’acclamato L’uomo da sei milioni da dollari. All’epoca, Stan Lee era piuttosto ben inserito all’interno del mondo hollywoodiano e questa voce di corridoio arrivò anche a lui, portandolo a correre ai ripari. Se la CBS avesse raggiunto il suo scopo, infatti, Marvel avrebbe perso una possibilità di incassi e visibilità non indifferente, un rischio che Lee evitò scrivendo di getto una origin story per un nuovo personaggio che avesse caratteristiche evidentemente riconducibili a Hulk e che fosse facilmente riconoscibile, in modo da boicottare i piani di CBS. Era nata She-Hulk, che deve quindi la sua nascita a una serie TV, mondo a cui sta per arrivare finalmente grazie all’annunciata produzione di Disney+ a lei dedicata e che la introdurrà nel Marvel Cinematic Universe.

Nonostante la rapidità con cui venne concepito il personaggio, ancora una volta il Sorridente Stan aveva colto nel segno, identificando nuovamente aspetti essenziali del gusto sociale in fatto di personaggi per dare vita a una figura che potesse essere percepita come affascinante da diverse tipologie di lettori. Parlando di She-Hulk, la migliore interpretazione delle sue origini è stata data dalla giornalista Alyssa Rosenberg, che nel suo ricordo di Lee per il Washington Post condivise una visione impeccabile della felice intuizione dell’autore nel creare She-Hulk:

“Una dimostrazione del suo successo nel creare She-Hulk è quanto sia diventata un terreno fertile anche per altri scrittori. She-Hulk parla di un mondo dove le donne sono appassionanti e intriganti quando sono al massimo del loro potenziale, dove la loro rabbia deve essere riconosciuta e non può essere una scusa per isolarle. She-Hulk è potente, e questa sua forza è una fonte di soddisfazione per lei così come lo è per noi, un qualcosa per cui ammirarla, non perde mai la sua razionalità quando si trasforma: diventa una versione più consapevole di sé stessa”

Nelle parole della Rosenberg, in effetti, si vedono quelli che sono i tratti essenziali del personaggio, che pur essendo nata come versione femminile di Hulk assume una connotazione molto diversa.

Tutta questione di famiglia

Apparsa per la prima volta in The Savage She-Hulk #1 nel 1980, disegnata da Sal Buscema, Jennifer Walters è un’avvocatessa di Los Angeles, che accoglie in casa il cugino Bruce Banner, in fuga dal mondo. Occasione in cui l’uomo le racconta la sua incredibile storia, rivelandole di essere in realtà Hulk. Jennifer amorevolmente offre protezione al cugino, che la aiuta in una sua causa che coinvolge dei pericolosi malviventi, che arrivano al punto di tentare di ucciderla, coinvolgendola in una sparatoria dove rimane gravemente ferita. Nel tentativo di salvarla, Bruce effettua una trasfusione a una Jennifer esanime, che grazie al sangue mutato dalle radiazioni gamma del cugino riesce a riprendersi, ottenendo anche i poteri che hanno trasformato Bruce in Hulk. Da semplice avvocato, Jennifer diviene l’eroina She-Hulk. La creazione di She-Hulk è considerata l’ultima grande espressione del genio di Lee, giunta al termine del suo periodo d’oro (anni ’60-’70), considerato che in seguito il Generalissimo creerà solo un altro personaggio per l’universo di Marvel 2099, Ravage, figura tutt’altro che amata.

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Lee e Buscema realizzano solo il primo numero di She-Hulk, passando subito il testimone alle sceneggiature di David Kraft e i disegni di Mike Vosburg. Jennifer, come ogni supereroe che si rispetti deve proteggere gelosamente la propria identità, specialmente dal padre Morris, sceriffo locale, ma soprattutto deve imparare a gestire la sua nuova doppia vita, entrando a far parte di una comunità eroistica  che sin dalle prime interazioni scopre come non Jennifer non sia solamente una versione in gonnella di Hulk.

Il primo ad accorgersene è Iron Man, che nel sesto numero della serie vuole fermarla temendo di trovarsi di fronte a un altro pericolo vagante come Banner. Partendo dal presupposto che She-Hulk sia poco intelligente come il Gigante di Giada, Stark viene facilmente sconfitto da Jennifer, che si dimostra tutt’altro che sprovveduta. In questa sconfitta, si vede uno dei punti essenziali di She-Hulk: trasformandosi non regredisce mentalmente, ma rimane lucida. O come diceva giustamente la Rosenberg, è più consapevole di sé.

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Si tratta di un aspetto importante per il mondo dei comics, che presenta una protagonista femminile forte, non solo in senso fisico, in un periodo in cui la società americana sta affrontando un mutamento nella visione della donna, verso un percorso moderno di parità ed emancipazione. Lavorare su una figura come She-Hulk non è facile, richiede un delicato lavoro di dualismo tra la sua evidente forza fisica e la sua fragilità interiore, che inevitabilmente ricade sul suo intimo. Nonostante la sua forza, Jennifer rimane comunque una donna normale, con una carriera e un desiderio di una vita comune, con amori e amicizie, obiettivi che vengono messi a rischio in questo suo nuova condizione. Un approccio narrativo avvincente, che viene però pienamente sfruttato quando la serie passa in mano a un nome caro ai Marvel fan: John Byrne.

La rivoluzione Jennifer Walters

Apprezzato autore Marvel, a lungo sodale di Claremont su X-Men e artefice assieme all’autore inglese della rinascita del mondo mutante, Byrne prende le redini della serie di She-Hulk nel 1989, anno in cui esce Sensational She-Hulk #1. Il cambio di titolo coincide con una profonda rivisitazione del personaggio, che interpreta la visione di donna forte e carismatica spesso idealizzate nella pop culture del periodo. A rendere particolarmente interessante la gestione di Byrne del personaggio è la chiave ironica e a tratti paradossale delle storie, con una Jennifer che sfonda in più occasioni la quarta parte, ben prima che questo diventi un aspetto caratteristico di Deadpool. Contrariamente al Mercenario Chiacchierone, She-Hulk non vive questo come una manifestazione di una mente malata, ma diventa il modo scherzoso per Byrne per ironizzare, rendendo questo tratto parte integrante della personalità di Jennifer Walters, tramite quello che lei stessa definiva una “consapevolezza comica“. A pensarci ora, è un espediente narrativo intrigante, che ha consentito a She-Hulk di minacciare i lettori dalla copertina dei suoi albi (mettendo a rischio la loro collezione degli X-Men) o di deridere il Comics Code Authority simulando una pruriginosa nudità rapidamente negata dalla sua editor direttamente all’interno di una vignetta.

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Questa tendenza all’uso di un dialogo con il lettore, che era una delle grandi intuizioni di Byrne durante la sua gestione di Sensational She-Hulk, è stata rivisitata in tempi recenti da Dan Slott che nella sua run del personaggio passò dall’infrangere la quarta parete in modo evidente al creare un sottotesto condiviso tra Jennifer e suoi fan, creando degli inside joke particolarmente gradevoli. Motivo per cui Jennifer prese a lavorare per lo studio legale Goodman, Lieber, Kurtzman e Hollowy, omaggio a Martin Goodman (fondatore della Timely Comics poi divenuta Marvel Comics) e Stan Lee (vero nome Stanley Lieber). La sede degli uffici dello studio legale? A Timely Plaza, nome della Marvel ai tempi della Golden Age.

Bisogna riconoscere a Jennifer Walters di esser una figura complessa, più di quanto si possa immaginare. È facile identificare nella sua forza e nel suo corpo giunonico un’ideale di donna ferrea, vicino a quello che sembrava essere il modello immaginato dagli autori prettamente maschili del periodo, che tendevano a mostrare corpi ipersessualizzati e poco realistici. A contrapporre questa sua avvenenza, era la sensibilità con cui affrontava le sue avventure, sia che fossero permeate di ironia che di una sua intima difficoltà, ma sempre con in chiaro il fatto che comunque la forza bruta non era la sua unica arma.

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Sotto i muscoli verdi di She-Hulk, infatti, si nasconde un’avvocatessa capace di tenere testa persino al Perry Marson per eccellenza del Marvel Universe, Matt “Daredevil” Murdock, quando viene incaricata di difendere Steve Rogers da un’accusa per un crimine commesso prima di essere Capitan America (storia scritta da Charles Soule, ex procuratore distrettuale) o di rappresentare il Tribunale Vivente come Magistra. In diverse occasioni, la mente e l’animo indomito di Jennifer Walters sono divenuti il vero potere di She-Hulk, al punto che non si parla mai di alter-ego, come avviene per Hulk, ma di accettazione della propria natura. Non è dunque un caso che i momenti di maggior trauma per Jennifer siano quando il suo essere She-Hulk sfugge al suo controllo, avvicinandola alla ferina pericolosità del cugino Bruce.

Dalla comparsa di una sua versione grigia, incapace di mantenere la sua lucidità, alla sua perdita di controllo durante Vendicatori Divisi che la porta a uccidere Visione, il lato oscuro di She-Hulk è la perdita della sua razionalità, il suo diventare realmente Hulk. Non è casuale che dopo questi eventi, solitamente i suoi autori la portino a compiere un viaggio di isolamento alla ricerca della sua parte più umana, in equilibrio tra raziocinio ed emotività. Negli ultimi tempi, dopo gli eventi di Civil War II, Jennifer ha dovuto lottare per tenere sotto controllo l’emergere nuovamente della sua versione grigia, una difficoltà sorta da stress incredibili come l’esser stata quasi uccisa da Thanos o la morte del cugino Bruce per mano di Hawkeye.

Tatiana Maslany sarà She-Hulk

Eppure, nonostante questi attimi di grande fragilità, Jennifer Walters è sempre She-Hulk. Non sono due identità distinte ma un tutt’uno, un’accettazione della propria personalità che accompagna il personaggio sin dalla sua prima apparizione. She-Hulk non è un’eroina per i suoi muscoli, è un modello per la sua ironia, il suo modo di vivere non solo le proprie vittorie ma soprattutto le sconfitte e le ferite dell’anima, rimanendo fedele a se stessa.