Cinema e Serie TV

Johansson contro Disney: come cambierà il mondo dell’entertainment?

Durante la pandemia, i servizi streaming sono stata una boccata d’ossigeno per il mondo del cinema. Con le sale cinematografiche ovviamente chiuse, le piattaforme di home entertainment si sono rivelate una manna per le produzioni, che quando non hanno voluto aspettare il più possibile un’uscita in sala sperando in una rapida estinzione della pandemia, hanno scelto di approdare sui servizi streaming. Una decisione che ora si deve confrontare con la progressiva riapertura dei cinema, tra green pass e limitazioni precauzionali, che diventa voce di una mai sopita voglia di ritorno dalla normalità, anche lavorativa, considerato le immani difficoltà vissute dal settore durante gli ultimi due anni. Ci sono però alcuni passaggi da affrontare, non ultimo quanto messo in moto dalla recente causa tra Scarlett Johansson e Disney, legata proprio a questo passaggio transitorio.

Black Widow, ultimo film del Marvel Cinematic Universe con la Johnasson nei panni di Natasha Romanoff, è uscito a inizio luglio, in forma ibrida, con un esordio anticipato al cinema e la disponibilità, tramite Vip Access, su Disney+ due giorni dopo. Formula non certo nuova, utilizzata già in precedenza dal colosso dell’entertainment per Mulan e Raja e l’ultimo drago, ripetuta anche in questi giorni per Jungle Cruise. Prassi normale, verrebbe da dire, considerato come le stringenti restrizioni ancora in vigore possano spingere parte del pubblico a evitare sovraffollate sale cinematografiche, preferendo la sicurezza del proprio salotto.

Come mai quindi la bella Scarlett si è accanita contro Disney? Per soldi, ovviamente.

Come cambiano le regole dell’entertainment

Il contratto tra l’attrice e Disney prevedeva infatti una serie di bonus in base alla performance della sua ultima avventura come Vedova Nera al botteghino, risultato che, a suo dire, sarebbe stato ostacolato dalla decisione della major di portare immediatamente Black Widow su Disney+. Considerato che per la Johansson questo era l’ultima esperienza all’interno del Marvel Cinematic Universe, era comprensibile che volesse monetizzare al massimo la propria presenza, e a suo dire la scelta di Disney le è costata la cifra di cinquanta milioni di dollari. Cifre da capogiro, in effetti, che possono motivare questo accanimento. Una visione supportata anche dal deus ex machina dell’MCU, Kevin Feige, che si è dichiarato da sempre contrario a questa operazione ibrida sala-streaming.

Black Widow

In tutto questo, Disney non ha certo incassato silenziosamente il colpo, rivelando che la sua decisione ha portato nelle tasche dell’attrice altri 20 milioni di dollari (che non sono i 50 sperati, differenza non da poco), ma soprattutto che tutto si è svolto secondo quanto previsto dai contratti. Una bella lite familiare, insomma, che vedrà le aule americane come terreno di scontro dell’ennesimo step evolutivo del mondo dell’entertaintment. Difficile, infatti, non immaginare che questo gesto della Johansson sia solo il primo di una serie di prese di posizione da parte di personalità del mondo dello spettacolo, che vorranno rivedere anche i propri contratti per poter avere voce in capitolo, e soprattutto capire come monetizzare, da questa nuova modalità di diffusione dei film. Non ci sarebbe da stupirsi se anche Dwayne Johnson e Emily Blunt volessero sfruttare questo gesto della collega per rivedere il proprio guadagno in base ai risultati di Jungle Cruise, che ha seguito lo stesso percorso di Black Widow. E già si sentono voci che la Johansson potrebbe essere imitata non solo dalla Blunt, ma anche da Emma Stone, protagonista di Crudelia.

Andando oltre il mero aspetto economico, questo caso giudiziario ci mostra nuovamente come le potenzialità dello streaming siano un elemento di rottura per il mondo dell’entertainment. Il timore espresso dai puristi del cinema, guidati da Pedro Almodovar, che nel 2017 a Cannes boicottarono Okja, produzione Netflix colpevole di non avere avuto passaggi in sala ma di essere un prodotto puramente streaming, era stato un segnale di allarme, un primo segno di come questo lento cambio di fruizione dei contenuti potesse minacciare una tradizione considerata sacra. La pandemia, anche in questo ambito, ha fatto sentire il proprio peso, accelerando per necessità un processo forse inevitabile, ma che ora, in questo tentativo di ritorno allo status quo ante, diventa un problema da gestire.

Jungle Cruise

Non di facile soluzione, oltretutto. Per quanto si voglia riprendere a vivere la nostra vita, è prevedibile che ancora ci saranno persone che avranno timore a tornare a frequentare posti affollati, come i cinema, e a oggi non è nemmeno lecito consideraci fuori da questa situazione anomala, impedendoci di scongiurare futuri lockdown o chiusure preventive. Motivo per cui, è prevedibile che questa prassi di distribuzione ibrida si consolidi, specialmente in casa Disney che ha a propria disposizione una piattaforma streaming proprietaria, seguendo una prassi che la major vede utile per aumentare i propri introiti.

E’ sbagliato? Cinicamente, assolutamente no. È più che lecito che un’azienda cerchi strade che consentano di massimizzare il proprio guadagno, e credere che ci sia un’etica che guidi un colosso come Disney verso una condotta comprensiva delle altrui problematiche è utopico. Se per fare maggior incasso è sufficiente distribuire il proprio film su Disney+, a scapito dei guadagni della sale, perché la major dovrebbe farsi scrupoli? È un business, e ognuno fa il proprio gioco. Ovviamente, come nella causa in oggetto, il tutto deve essere in linea con quanto stabilito dagli accordi contrattuali. Sarebbe più interessante chiedere a Disney come mai nei suoi film ci siano ancora evidenti casi di gender gap, con retribuzioni impari tra attori e attrici, ma siccome quello non riguarda la massa è un argomento che viene tranquillamente lasciato in disparte. Senza dimenticare che questa chance di presentare contemporaneamente in sala e su streaming i propri film è provvisoria, considerato che la normativa vigente non consente questa pratica, ma ha deciso di andare incontro al settore consentendo questa possibilità data la situazione legata al COVID, una pratica che potrebbe esser presto nuovamente proibita.

Rivoluzione economica (ma non solo…)

Più facile che le reazioni avvengano quando il vil denaro entra in gioco. Toccati direttamente nel portafoglio, gli attori in primis potrebbero iniziare a comprendere come i loro cachet debbano essere rivisti e adeguati alle nuove meccaniche. Ironico, se pensiamo che un’intuizione simile la ebbe quarant’anni fa Alec Guinness, attore dell’allora vecchia guardia che come compenso per interpretare Obi-Wan Kenobi in Star Wars richiese come clausola una percentuale sulle royalties del film. La Johansson è forse la prima attrice a rendersi conto di come stia cambiando il suo mondo, e se la sua causa si basa su una violazione contrattuale, è anche la prima dimostrazione di come ci siano una presa di coscienza che le logiche dell’entertainment stiano mutando, consapevolezza che non a caso ha raggiunto per primi gli agenti delle star, che sono pagati a percentuali sui cachet dei propri assistiti. Una manovra come quella di Disney, quindi, non è solamente un danno per gli attori, ma per tutte le figure professionali che gravitano loro attorno, motivo per cui l’agente della Johansson, Bryan Lourd, è particolarmente inferocito con Disney, fiutando un pericoloso precedente.

Emma Stone

Se Disney, e altri colossi dell’entertainment, stanno adattando il proprio paradigma distributivo, la conseguenza più logica è che tutto il sistema comprenda che sono cambiate le regole del gioco e che ci si adegui. Uno step mentale che riguarda attori e agenti, ma anche distributori e esercenti di sale, che di fronte a queste situazioni devono comprendere come reagire. Che si tratti di rivedere le clausole contrattuali o di offrire agli spettatori sale moderne e all’altezza delle aspettative, considerato che alcuni film come l’atteso Dune, per loro natura, meritano una visione sul grande schermo e con impianti audio di primissimo livello.

Il gesto della Johansson, nato per motivi tutt’altro che altruistici, non è solamente la punta dell’iceberg, l’ennesima dimostrazione di come l’affermarsi dello streaming sia sempre più un elemento di rottura con il vecchio modo di intendere il cinema, sia dal lato produttivo che da quello di puro godimento degli spettatori. Al netto di come si concluderà questa causa (da queste parti si scommette su un patteggiamento, e amici come prima), ancora una volta stiamo assistendo all’incapacità del vecchio modo di intendere il cinema di adeguarsi alle nuove regole del gioco.