Cinema e Serie TV

Sweet Tooth: l’anteprima della nuova serie Netflix

Quando Jeff Lemire diede vita al suo fumetto post apocalittico, Sweet Tooth, il mondo stava affrontando la prima pandemia del nuovo millennio, l’influenza suina. Sembra quindi giusto che la sua trasposizione seriale arrivi in un periodo in cui la popolazione mondiale sta convivendo con un’altra emergenza sanitaria, il Covid-19, una condizione che, cinicamente, consente di vivere in modo più intenso l’esperienza di Sweeth Tooth, la serie Netflix in uscita il prossimo 4 giugno, liberamente ispirata al fumetto di Lemire e che abbiamo potuto vedere in anteprima. Una produzione che è la riconferma di come il colosso dello streaming continui a vedere nel mondo delle nuvole parlanti una miniera di spunti narrativi. Se agli albori dell’intrattenimento streaming Netflix sembrava avere il monopolio di questo settore, grazie a produzioni come Daredevil e Black Lightining, l’arrivo di diversi competitor come Amazon Prime Video (con The Boys) e il titano Disney+, sostenuto dal contesto supereroico marveliano, ha radicalmente cambiato il panorama delle serie TV ispirate ai fumetti. Netflix ha dovuto cercare nuove ispirazioni, rivolgendosi a produzioni come The Umbrella Academy e Jupiter’s Legacy, cui ora si unisce Sweet Tooth.

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Sweeth Tooth, dal fumetto alla serie tv

Come sempre, in questi casi i lettori dell’originale cartaceo arriveranno con molte aspettative, generate soprattutto dalla familiarità con l’opera di Lemire, autore che si è ritagliato uno spazio nel cuore dei lettori riuscendo a rinvigorire un settore, il fumetto supereroico, con una serie appassionante come Black Hammer. Con Sweet Tooth, invece, Lemire si è addentrato all’interno di un altro contesto narrativo, il mondo post-apocalittico, dando vita a una narrazione cinica e spietata, che si avvicina più a McCarthy che non a quanto proposto dalla trasposizione Netflix dell’opera di Lemire.

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La serie ideata da Jim Mickle, infatti, non si rivolge a un pubblico maturo come il fumetto di Lemire, le cui vicende spesso ciniche e violente vengono narrate con cruda vitalità. Sweet Tooth, su Netflix, diventa un prodotto rivolto a un pubblico di adolescenti, tra la sci-fi e il fantasy, in cui il protagonista, Gus, non può che suscitare un’immediata simpatia, complice la buona prova di Christian Convery, giovanissimo attore con già una ragguardevole gavetta alla spalle.

Si poggia proprio sulla sua delicata espressività il focus emotivo di Sweet Tooth, una contrapposizione tra una Terra futura spietata e un’anima innocente che viene costretta ad affrontare lo spietato mondo oltre il piccolo paradiso costruito dal padre, Pubba (Will Forte). Una necessità, considerato che Gus non è un bambino normale, ma un ibrido, ossia un incrocio tra uomo e animale, un cerbiatto nel suo caso. Il bimbo, infatti, appartiene a una nuova razza, comparsa misteriosamente mentre l’umanità affronta il Morbo, un’epidemia senza precedenti che decima la popolazione mondiale.

L’avvento degli ibridi coglie un mondo già al collasso totalmente impreparato, creando un ulteriore panico intorno a questi essere incredibili. Un timore che sfocia presto nella collera e rabbia, al punto che gli ibridi vengono considerati la causa del Morbo, soprattutto perché ne sono apparentemente immuni. Se a questo aggiungiamo che dalla loro comparsa non sono più nati bambini privi di mutazioni, è ancora più facile comprendere come il padre di Gus abbia deciso di cercare rifugio nelle profondità del parco di Yellowstone, dove ha cresciuto il piccolo ibrido nella diffidenza verso il mondo esterno e il resto dell’umanità.

Una condizione che viene raccontata con estrema dolcezza nel primo episodio della serie, Fuori dalla Foresta. La costruzione emotiva di questo microcosmo è travolgente, assistiamo rapidamente alla crescita di Gus sino ai dieci anni, partecipando delle piccole gioie dei due eremiti e vivendo le difficoltà di un padre costretto a convivere con la paura che suo figlio diventi una preda. Jim Mickle sceglie, saggiamente, di prendersi tutto il tempo necessario per costruire l’emotività e la personalità di Gus, mostrandoci prima la sua rapida infanzia e poi l’impietoso momento in cui il suo mondo viene distrutto, costringendolo ad affrontare la realtà e a compiere un viaggio che lo porterà a dovere rivedere tutto ciò che ha appreso dal padre.

Un mondo tra sci-fi e fantasy

Sweet Tooth, nella sua versione televisiva, mantiene solo i tratti più poetici dell’opera originale di Lemire. Una decisione comprensibile, considerato anche il diverso target tra i due progetti. La serie di Netflix è più vicino a un urban fantasy, in cui ci muoviamo in un mondo dove l’umanità sta cercando timidamente di risollevarsi dalla mancata estinzione, con nuove leggi e nuove gerarchie. Più spietata, incline all’odio del diverso, ma che presenta anche persone che cercano di sopravvivere in questa nuova dinamica sociale senza tradire i propri principi.

In Sweet Tooth, nonostante l’approccio narrativo principalmente lieve, si percepiscono tensioni emotive di una certa forza. L’avventura di Gus viene esaltata dalla presenza di un insolito compagno di viaggio, il gigantesco Jepperd (Nonso Anozie), che diventa, suo malgrado, il custode del piccolo ibrido. Anch’egli costretto a reinventarsi in un mondo impazzito, Jepperd cerca di non affezionarsi al ragazzino, troppo occupato a dominare i suoi demoni interiori. Tra i due, però, nasce presto un rapporto unico, che diventa il nostro tramite emotivo per comprendere il nuovo mondo, che conosceremo con gli occhi innocenti di Gus, curioso e incapace di comprendere il male, ma che impareremo a temere nei rimproveri di Jepperd, avvezzo alle brutture della nuova umanità.

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Un contrasto che viene esaltato dalla presenza del Dr Singh (Adeel Akhtar) e Aimee (Dania Ramirez), gli altri due punti fermi della serie. Un cambio di punto vista che consente di avere una visione più ampia del nuovo mondo, diviso tra speranza di rinascita e radicale mutamento della società. Tramite questa alternanza, Mickle trova una buona dialettica per esaltare sia l’avventura del piccolo Gus che contestualizzare i comportamenti degli attori di questa tragedia.

Singh è un medico che, dopo avere visto morire centinaia di persone, abbandona la professione per dedicarsi alla moglie Rani, che ha contratto il Morbo, usandola come cavia per trovare una cura. Personaggio struggente, la cui disperazione palpabile viene gestita ottimamente, inserendolo al centro di una comunità in cui i potenziali vettori di infezione vengono immediatamente eliminati, in quello che sembra un nuovo rituale sociale. Una possibilità che potrebbe abbattersi sulla moglie, di cui protegge con disperata tenacia il segreto. Una vita di segreti e sotterfugi vissuta all’interno di una comunità apparentemente serena, ma pronta a rivelarsi una polveriera sul punto di esplodere

Aimee, invece, dopo essersi barricata nel suo ufficio dei primi giorni del dilagare del Morbo, si è creato un proprio mondo all’interno dell’edificio, sino a quando, in una delle sue rare sortite esterne, non trova sulla propria soglia una piccola ibrida, una bimba dai tratti porcini. Per la donna, questo incontro diventa una ragione di vita, che la spinge a proteggere e crescere la piccina come se fosse sua figlia, con tutte le preoccupazioni già viste nel rapporto tra Gus e il padre.

Un’avventura affascinante

Sweet Tooth riesce a emozionare grazie a una messa in scena appassionante e che appaga l’occhio dello spettatore. Il mondo in cui si muovono i protagonisti di Sweet Tooth mostra tutti gli elementi di una nuova realtà in cui le nostre consuetudini sono venute meno, lasciando spazio a una nuova società, che sta ancora faticando a rialzarsi. Se la foresta in cui cresce Gus è un paradiso bucolico, i centri umani in cui veniamo accompagnati variano dal fatiscente avamposto ai margini della foresta, in cui si respira la fatica della sopravvivenza, sino alle città più grandi, in cui rigido ordine cerca di preservare una parvenza di normalità. La telecamera indugia sempre con sensibilità sulle espressioni dei personaggi, su piccoli gesti che in alcuni istanti hanno un inquietante sapore di quotidianità per lo spettatore, valorizzando la costruzione emotiva dei protagonisti, guidando il nostro sguardo su dettagli che ci consentono di sentire come nostro il mondo presentato sullo schermo.

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Una definizione di questa impietosa realtà che passa dalla poesia della foresta alla più cinica meschinità del mondo umano, resa alla perfezione dalla recitazione di Christian Convery, che dona al suo ibrido tutta l’ingenua curiosità di un bimbo che scopre un nuovo mondo. La forza di Sweet Tooth è questa, il creare una perfetta dicotomia tra l’innocenza di Gus e l’asprezza di un mondo, rilanciandola emotivamente con le vicende di Singh e Aimee, offrendo allo spettatore una visione completa.

Un racconto multiplo che assume un tono fiabesco grazie a una voce narrante, affidata al tono profondo di Josh Brolin nella versione originale, che con una felice scelta di vocaboli e intonazione introduce con perizia le diverse situazioni, ponendo l’attenzione dello spettatore sui giusti passaggi. Altra caratteristica che si allontana dall’originale cartaceo, dove l’asprezza di certe didascalie non trova corrispettiva nella calda narrativa della voce di Brolin.

La serie Netflix, quindi, rischia di deludere chi si approccia all’avventura di Gus con l’aspettativa di ritrovare il tono adulto e acido di Lemire. Sweet Tooth, nel passaggio al mondo seriale, è divenuto una favola moderna, pensata per entusiasmare il pubblico che si è già identificato con i protagonisti di Fate e Tenebre e Ossa, in cui il concept di Lemire è divenuto solamente uno spunto su costruire un modo che ha una maggior concretezza, in alcuni punti anche più subdolo e gretto dell’originale cartaceo, rendendo la serie un prodotto da gustarsi in famiglia, emozionandosi vedendo questo piccolo eroe vivere la sua avventura.