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Wonder Woman 1984, la recensione dell’atteso sequel con Gal Gadot

Wonder Woman 1984 arriva finalmente anche in Italia. Uscito negli Stati Uniti, e in altri paesi del mondo, lo scorso 25 dicembre in contemporanea al cinema e sulla piattaforma HBO Max, dopo numerosi slittamenti  e rinvii Warner Bros. Italia ha dovuto cedere all’emergenza socio-sanitaria provocata dal Coronavirus e, con le sale cinematografiche purtroppo ancora chiuse, ha optato per una distribuzione digitale.

Il film sarà disponibile sia per il noleggio e che per l’acquisto dal 12 febbraio su Amazon Prime Video, Apple Tv, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio premium su Sky Primafila e Infinity.

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Dopo il sorprendente risultato di critica e pubblico del primo film (una sorpresa assoluta nell’ambito dei cinecomics, ma non solo, seppur non priva di qualche sbavatura) la splendida Gal Gadot torna a vestire i panni della principessa Amazzone sotto la guida attenta della regista Patty Jenkins.

Questo sequel che non solo ha il compito di “correggere” le indecisioni del primo film (vedasi per esempio un terzo atto non brillantissimo) ma anche confermare la bontà della versione cinematografica del personaggio candidatosi a icona a tutto campo, come già accaduto per la sua controparte fumettistica prima e televisiva poi, e affermando una sua autonomia anche e soprattutto rispetto ad un genere che si è codificato secondo determinati dettami stilistici e compositivi.

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Washington, 1984

Dopo aver deciso di abbandonare Themyscira accompagnando il pilota Steve Trevor (Chris Pine) nel mondo degli uomini per aiutarlo nella sua missione, Diana aveva contribuito a sconfiggere Ares, il Dio della Guerra, e il suo diabolico piano che aveva inasprito il Primo Conflitto Mondiale e il cui corso era stato fortunatamente cambiato proprio grazie all’intervento della Principessa Amazzone e delle sue incredibili capacità. La vittoria tuttavia era arrivata non senza un sacrificio, proprio quello di Steve Trevor.

Una lunga sequenza in analessi, narrata dalla stessa Diana, ci riporta a Themyscira durante i giochi in onore di Asteria, l’Amazzone Dorata che, con la sua abnegazione, aveva permesso alle sue sorelle di rifugiarsi sane e salve sull’isola molti anni prima. La giovane Diana sembra intenzionata a vincere i giochi anche a costo di commettere qualche irregolarità ma a fermarla sarà Antiope foriera di un prezioso insegnamento: solo la verità è quello che conta e nessun eroe nasce dalla menzogna.

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Ci spostiamo nel 1984. Un improbabile gruppo di malviventi tenta un colpo in una gioielleria di un centro commerciale. In realtà si tratta di un’attività di facciata per un traffico illecito di reperti archeologici e il colpo è sventato dal provvidenziale intervento di Diana senza drammatiche conseguenze.

Siamo a Washington e Diana ha adottato l’identità di Diana Prince lavorando, come esperta in archeologia, presso la Smithsonian Institution. Ma Diana è anche una donna tremendamente sola che vive nel ricordo del suo primo e unico amore, Steve Trevor. A distrarla c’è l’incontro fortuito con Barbara Ann Minerva (Kristen Wiig), una timida topologa, geologa e cripto-zoologa, appena assunta dalla Smithsonian.

Quando l’FBI richiedere alla Smithsonian di identificare proprio quei reperti che Diana (nei panni di Wonder Woman) aveva contribuito a recuperare sventando la rapina al centro commerciale, uno in particolare cattura l’attenzione delle due esperte, un idolo di pietra.

La statuetta reca una sibillina iscrizione che promette di esaudire qualsiasi desiderio del suo possessore. Sia Barbara Ann che Diana sottovalutano il reperto che stanno esaminando ed esprimono un desiderio: la prima di diventare sicura, atletica e affascinante come Diana, la seconda ovviamente che Steve Trevor fosse vivo e lì con lei.

Max Lord e la rottura fra Diana e Barbara Ann

Le due donne mettono così in moto una serie di avvenimenti al cui centro c’è ovviamente il misterioso idolo, la ricerca delle sue origini e soprattutto l’arrembante uomo d’affari noto come Max Lord (Pedro Pascal). Sedotta una Barbara Ann già cambiata ma non abituata alle attenzioni di un uomo, Lord si introduce nello Smithsonian e ruba l’idolo. Intanto una Diana esterrefatta riabbraccia Steve Trevor.

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Incredula, Diana capisce che l’idolo è qualcosa di più che una semplice statuetta e quando Barbara Ann le comunica che è stato rubato ormai è troppo tardi perché Max Lord ha già espresso il suo desiderio. Non solo l’idolo si “distrugge” ma si innesca una reazione a catena che porta ad una crisi economica e politica mondiale dettata solo dal tornaconto personale di Lord stesso.

Ma cos’è davvero quell’idolo? Quando Barbara, Diana e Steve scoprono l’origine dell’idolo, scoprono anche il suo funzionamento: un desiderio esaudito in cambio di qualcosa. Si può ovviamente rinunciare al desiderio e nella peggiore delle ipotesi si può distruggere l’idolo stesso.

È qui che si consuma la frattura fra Diana e Barbara Ann fino ad allora alleate e gli eventi che coinvolgono Max Lord subiscono una brusca impennata. I poteri di Diana cominciano ad affievolirsi, l’umanità di Barbara Ann anche ma nessuna delle due sembra disposta a rinunciare al proprio desiderio. Lord invece è quasi sopraffatto dai suoi immensi poteri e prova il tutto e per tutto.

Dopo aver appreso dal Presidente degli Stati Uniti di un sistema satellitare che trasmette un segnale a livello globale, Lord decide quindi di esaudire i desideri di tutti richiedendo in cambio parte del loro vigore fisico così da recuperare la propria salute.

Diana, accompagnata da Steve, cerca di affrontarlo alla Casa Bianca ma sulla loro strada trova Barbara Ann, che incredibilmente ferma Wonder Woman e fugge con Max Lord. C’è solo un modo per fermare questa follia: Diana deve rinunciare al suo desiderio e sarà proprio Steve a convincerla!

Indossata la Golden Eagle Armor, la corazza appartenuta ad Asteria, Wonder Woman vola fino alla base dove ha sede il sistema di trasmissione satellitare per fermare Max Lord. Prima però deve affrontare Barbara Ann trasformatasi definitivamente in un essere bestiale, un predatore come da suo desiderio espresso direttamente a Lord.

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A Wonder Woman quindi non resta che affrontare Max Lord. Sarà il Lazo della Verità l’arma definitiva con cui Diana non solo convincerà l’uomo a rinunciare al suo potere ma anche tutto il resto del mondo a rinunciare ai propri desideri e quindi all’egoismo e all’odio. Con il mondo tornano fortunatamente alla normalità, a Diana non resta che salutare per un’ultima volta Steve e al pubblico invece il cammeo nella immancabile scena dopo i titoli di coda.

Attenti a quello che desiderate

Wonder Woman 1984 non è il classico cinecomics, o meglio, è il più classico dei cinecomics. Patty Jenkins scardina una serie di assunti su cui si è codificato il genere ritornando alle sue origini ovvero al primo Superman, quello di Richard Donner. Si utilizza quindi un approccio estremamente diretto che però di contro richiede allo spettatore una fortissima dose di sospensione dell’incredulità.

Se il primo film bilanciava l’elemento fantastico sullo sfondo realistico e brutale della guerra, questo sequel vira in maniera brusca verso l’elemento fantastico a tutto tondo risultando nella sua profonda ingenuità assolutamente credibile.

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Al centro di tutto infatti vi è un artefatto magico e le conseguenze che il suo utilizzo provoca sui protagonisti. È tutto semplice: Diana vuole il ritorno di Steve, Barbara Ann essere bella come Diana, Max Lord il petrolio (come da perfetto villain anni ’80).

In questo senso l’intreccio non è complesso, il villain non ha un intricato piano da portare a termine e in fin dei conti non vuole neanche eliminare Wonder Woman. Tutto si gioca cioè sulla presa di coscienza che non si può avere tutto ciò che si desidera, che bisogna fare delle rinunce, che se tutti dessimo voce ai nostri desideri più reconditi il mondo impazzirebbe.

È una impostazione insolita che come una gigantesca e invisibile mano più volte riporta il film in una direzione, ricordando una certa cinematografia animata, per la sua forma asciutta ed essenziale o un fumetto Silver Age. Non c’è necessità di spiegare tutto né di una battaglia finale all’ultimo sangue, non è questo lo scopo né il film è impostato per rispondere a questo esigenza. Nel terzo atto invece Wonder Woman 1984 dà l’ultimo coraggioso colpo di coda, configurandosi come una pellicola che vuole convogliare un messaggio talmente positivo da sembrare quasi fuori tempo massimo.

Che ne sarà di questi anni ’80?

In questo senso Wonder Woman 1984 sembra mancare di quella cesellata coesione tipica dei cinecomics moderni e tendenti ad un realismo che si esplica spesso in sceneggiature ad orologeria. Patty Jenkins non sfrutta l’ambientazione anni ’80 né come serbatoio per un citazionismo fine a sé stesso, né per cercare una estetica esasperata quanto invece come sfondo per “semplificare” i suoi personaggi e rendere credibile l’impostazione di cui sopra.

Max Lord incarna quindi l’archetipo dell’uomo d’affari arrivista e rampante (lo yuppie anni ’80, se volete usare una espressione vintage) ma dal background oscuro e tormentato mentre Barbara Ann Minerva è l’archetipo del personaggio troppo preoccupato dall’apparenza anziché badare alla “sostanza” e persino Wonder Woman e Diana sembrano quasi scisse in due personaggi distinti in più di un passaggio rappresentando da un lato la razionalità e dall’altro un malinconico romanticismo.

Osa molto Wonder Woman 1984 a tratti anche esagerando e Patty Jenkins non riesce sempre a tenere la proverbiale barra dritta nel corso dei 150 minuti del film. Esplicativi in questo senso sono forse i primi 4o minuti della pellicola, quelli sicuramente più difficili.

La Jenkins piazza due scene di apertura: la prima che ci riconduce idealmente al primo film, la seconda diametralmente opposta, soprattutto per il tono giocoso che lascia spazio ad un primo atto in cui si fatica a ristabilire i personaggi in maniera immediata complice qualche leggerezza di troppo nei dialoghi (vedasi il primo incontro fra Max Lord e Barbara Ann).

Per fortuna il secondo atto (che idealmente parte quando si comprende la pericolosità dell’idolo finito nelle mani di Lord) la pellicola si irrobustisce pur non senza alcuni passaggi che potrebbero lasciare interdetti. Molti aspetti del film inoltre sembrano essere stati lasciati volutamente sospesi in maniera ingenua come per esempio il ritorno di Steve Trevor stesso (che ha generato polemiche sterili), la fuga in aereo di Diana e Steve per raggiungere Max Lord in medio oriente, la nuova abilità acquisita da Wonder Woman dopo aver rinunciato al suo desiderio, la trasformazione finale di Barbara Ann che di fatto esprime un secondo desiderio senza rinunciare al primo.

Ma non si tratta di disattenzioni o buchi nella trama, quanto invece di una scelta che predilige la sostanza alla forma, sostanza che trova pieno compimento in un terzo atto che crescendo in maniera epicamente esagerata mostra “l’assurdità” della situazione in un climax insolito che riporta nuovamente alla mente il finale del Superman di Richard Donner.

Non c’è uno scontro fisico, climax privilegiato nei cinecomics, ma solo pura e semplice verità. È un confronto tanto aperto fra Wonder Woman e Max Lord quanto brutale alla stregua di una battaglia non combattuta con i muscoli ma con il cuore ancor prima che con il cervello.

Regia intelligente

Patty Jenkins sembra aver fatto tesoro delle critiche ricevute dopo il primo film e asciuga la sua regia con soluzioni che allontanano Wonder Woman 1984 quanto più possibile dal cinema di movimento in senso stretto, supportata da un ottima fotografia e un’ottima scenografia. I movimenti di camera sono per lo più verticali, le inquadrature più ravvicinate e intime. Unica pecca forse i tempi comici e il comic relief non sempre puntuale.

Il fatto che la Jenkins si discosti dagli stilemi registici del cinema di movimento non significa che manchino le scene d’azione né quelle più spettacolari che però, intelligentemente, vengono posizionate nel secondo atto dando così alla regista una marcia in più per costruire il suo singolare climax finale anche quello gestito in maniera intelligente con qualche vecchio trucco (il confronto finale fra Wonder Woman e Barbara Ann di notte) che alleggerisce il peso sugli effetti speciali (altro tasto dolente del finale del primo film).

Dal questo punto di vista, da sottolineare il lavoro eccellente in fase di coreografia fatto da Gal Gadot e dal team degli stunt coordinator che ha trovato inedite e divertenti soluzioni per l’utilizzo del Lazo della Verità in combattimento, vero protagonista delle sequenze d’azione e soprattutto del finale attingendo in maniera inedita da una delle sue proprietà meno scontate ed esplorate pochissimo anche nei fumetti.

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Interpretazioni attente

Al netto di una forte impronta “altra” rispetto alle attese e al primo film, tutto il cast offre una prova convincente. Lo è Pedro Pascal nella sua versione istrionica del villain Max Lord, lo è Chris Pine con il suo redivivo Steve che rilegge lo stilema “l’uomo fuori dal tempo” in maniera leggera e divertente, e lo sono soprattutto Gal Gadot e Kristen Wiig in una alchimia crescente sin dalla prima scena.

Le due protagoniste si scambiano spesso i ruoli, offrono allo spettatore punti di vista opposti eppure complementari sulla vicenda fino al confronto/scontro nel secondo atto, sicuramente più pregnante di quello finale, in cui viene rimaneggiato il classico topos del villain che riflette le debolezze dell’eroe.

…e i fumetti?

Wonder Woman 1984 non adatta né si ispira direttamente a nessuna storia a fumetti. Pur utilizzando due villain come Max Lord e Barbara Ann Minerva (Cheetah) questi vengono rimaneggiati.

Il primo pesantemente (d’altronde sarebbe stato difficile introdurre un personaggio che ha ottenuto abilità telepatiche dopo che una razza di parassiti alieni ha succhiato parte del suo midollo spinale) la seconda invece rimane abbastanza fedele ad uno dei più recenti retelling delle sue origini. C’è da sottolineare come Barbara Ann Minerva non viene mai rinominata Cheetah per tutto il film.

Al netto di queste precisazioni c’è da rimarcare come il film sia estremamente “fumettoso” negli intenti e nella esecuzione nonché coerente nel tirare in ballo, oltre gli immancabili easter eggs, una serie di riferimenti per nulla scontati e talvolta oscuri ai fumetti. Ne sono un esempio il villain Duke of Deception, o la citazione della mitologia centro americana, legata proprio a Cheetah, che fornisce così un ideale viatico per il ritorno (probabile) del personaggio nel già confermato terzo capitolo.

Insomma Wonder Woman 1984 si affranca dai fumetti ma lo fa non ignorandoli quanto invece piegandoli ai primi scopi.

Anche LEGO Group, nell’ambito della pluriennale collaborazione con DC Comics, ha dedicato ben due set al film: il set LEGO DC Superheroes #76157 Wonder Woman vs Cheetah, destinato al grande pubblico e il set LEGO DC Superheroes #77906 Wonder Woman, prodotto in edizione limitata e speciale per le Comic Convention americane (SDCC, NYCC). Ne parliamo rispettivamente in questa recensione e in questo articolo.

Wonder Woman 1984, un film coraggioso

Se cercate un sequel “fotocopia” del primo film, Wonder Woman 1984 vi sgambetterà dopo pochi minuti in maniera violenta soprattutto se cercherete di inquadrarlo razionalmente.

Si tratta invece di un film coraggioso che sovverte i canoni del genere in maniera diretta riportando nei cinecomics quella ingenuità originale supportata da un messaggio tanto semplice quanto efficace e universale soprattutto in questo particolare momento storico.

Non un film perfetto forse, e probabilmente neanche quello che i fan si aspettavano, ma sicuramente un film diverso che difficilmente potrà essere replicato o imitato e tanto basta. Potrebbe essere il ritorno cioè ad una forma più ingenua e diretta una nuova formula per i cinecomics? È tempo di abbandonare la pesante virante verso la commedia, anche più becera, per il genere al netto di esperimenti semi-riusciti come Shazam! o Birds of Prey?

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