Cinema e Serie TV

Zero, anteprima della serie italiana nel Barrio di Milano

Milano. Un nome evocativo nel mondo della moda italiana, uno dei fulcri principali dell’economia italiana, città nota per il Duomo con la sua famigerata Madonnina e gli spettacolari grattacieli di City Life e Gae Aulenti. Ma non è solo questo, e gli obiettivi delle telecamere dietro la regia di Paola Randi, Ivan Silvestrini, Margherita Ferri e Mohamed Hossameldin riprendono la storia raccontata nel romanzo Non ho mai avuto la mia età, di Antonio Dikele Distefano, per spingerci al di là delle prime cerchie dei Navigli, raggiungendo il Gratosoglio. Anche noto come Barrio. Non è (solo) una citazione dell’omonimo brano di Mahmood, il vincitore dell’edizione 2019 del Festival di Sanremo e originario di queste zone, ma fa anche parte della colonna sonora di Zero. Si tratta della serie TV pronta a sbarcare su Netflix dal 21 aprile con i suoi 8 episodi veloci, freschi, pieni di energia e di gioventù immersa nella povertà, ma senza far pesare allo spettatore questa condizione socioeconomica in maniera oppressiva e ossessiva. Abbiamo visto in anteprima questo nuovo titolo, di cui vi parliamo nella nostra recensione.

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Da Zero a cento in otto episodi

Omar e Sharif, due ragazzi dai nomi scelti in maniera non troppo casuale. Infatti, uniti, compongono nome e cognome dell’attore che aveva portato sullo schermo degli anni Sessanta la storia di Lawrence d’Arabia, Gengis Khan il conquistatore e Il dottor Zivago, e in tempi ben più recenti il personaggio di San Pietro nel film omonimo. I due ragazzi in questione però non si conoscono all’inizio della serie: il primo è un timido ragazzo con uno straordinario superpotere: quello di disegnare fumetti e manga e andare all’estero per realizzare il suo sogno di fumettista? Non proprio; la sua abilità è diventare invisibile, ma solo quando prova forti emozioni, negative e positive. Sharif invece è molto più estroverso e spaccone di Omar, lo affronta a viso scoperto con una pistola puntata quando crede che sia stato lui a dare fuoco a un motorino, come spesso accade al Barrio.

Questo è il quartiere della periferia milanese in pericolo, da cui Omar voleva scappare e dove si fa anche chiamare Zero perché si sente “invisibile” (in tutti i sensi), una vicenda che si lega a grandi linee a quella che aveva condotto il cantante Renato a assumere lo stesso soprannome.

Zero, accanto a un gruppo di amici della sua età e tutti di origine africana, dovrà indossare gli scomodi panni di eroe, suo malgrado e, nella sua avventura, scoprirà anche l’amicizia di Inno, Momo e Sara, ma non solo. Non un supereroe, dunque, ma un “eroe moderno” che impara a conoscere i suoi poteri e si mette alla ricerca del suo posto, più che nel mondo, nel piccolo microcosmo che è questo quartiere.

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Non vediamo però solo la povertà di Milano, ma anche il suo centro nevralgico più avveniristico e attraente, dove la “Milano da bere” si è evoluta sempre di più e accoglie una giovane, aspirante architetto, Anna, appena lasciatasi con Edo, un giovincello sbruffone e ben diverso da Omar, di cui si innamora in breve tempo. Ma non sarà una relazione sempre facilissima…

Proprio grazie al lavoro di fattorino presso la pizzeria Sandokan, il giovane conosce la ragazza e il lusso del centro milanese sfrecciando per queste vie con la bicicletta, da parcheggiare addirittura dentro la sua abitazione, che rischia di dover abbandonare per via dell’affitto troppo caro. Qui sta con la sorella Awa e il padre, che nasconde segreti circa l’infanzia di Omar e la sparizione della madre, oltre ad avere un rapporto difficile e burrascoso con il figlio.

Vite difficili, trame complicate

Non solo problemi in famiglia e misteri da risolvere circa la sua vita privata, ma anche conti in sospeso nel suo quartiere, dove Zero e il suo gruppo di amici cercano di combattere la malavita insidiosa e invisibile, tra cliché e una trama non sempre lineare e scritta in maniera chiara. Zero infatti comincia presentandoci i protagonisti e seguendo una prima linea narrativa che sembra voler calcare la mano sulla condizione economica di Omar e sul suo rapporto apparentemente antagonistico con gli altri ragazzi della zona. Questa intenzione registica viene però abbandonata, buttandoci improvvisamente e con un legame abbastanza lasco in un vortice di sfide sui tavoli da poker, allenamenti di Zero per sviluppare il suo potere speciale, eventi malavitosi nel quartiere, il tutto condito qua e là dal rapporto che si sta instaurando tra il ragazzo e Anna, e qualche flashback che lo vedono bambino con sua madre.

Man mano che gli episodi, brevi ma intensi di azione e velocità, si susseguono sullo schermo, siamo sempre più proiettati in una storia che si presenta come una commistione di generi: dall’action al thriller, passando per il drama, e ricordando in qualche modo la recente serie, sempre su Netflix, dedicata a uno dei più grandi ladri della letteratura, Lupin, sia per fisionomia del protagonista, sia per concept della trama.

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In Zero infatti si rivive la situazione drammatica di un giovane di colore, che dalla povertà cerca di rifarsi una vita per sé e per il quartiere, vendicando i soprusi subìti grazie al suo superpotere e alla ricerca del denaro che, in questo caso possiamo dirlo, fa la felicità. La vita del giovane Omar si intreccia inoltre con una compagine di individui che sicuramente rispetta la nuova tendenza del casting di prodotti audiovisivi: il melting pot di etnie che scorrono sullo schermo rende la presenza di personaggi di origine caucasica quasi una rarità, al grido di Black Lives Matter, un anno dopo. Una scelta però non priva di cliché.

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Purtroppo assistiamo ancora alla rappresentazione di giovani di colore in condizioni economiche precarie e del loro incontro-scontro con coetanei piuttosto benestanti e di razza bianca, oltre a poliziotti in borghese che accusano il gruppo di amici di Omar di essere gli autori dei misfatti nel Barrio solo per essere di colore. Infine, se la qualità delle riprese e delle scelte di inquadrature è davvero ottima e funzionale alla resa dell’azione a ritmo serrato, la performance della recitazione non è sempre delle migliori, un fatto dovuto però anche alla scelta di attori alle prime armi, come il protagonista stesso, Giuseppe Dave Seke.

In conclusione

Zero è una serie né impegnata, né impegnativa, ma nemmeno voleva esserlo, non facciamoci ingannare dalle apparenze. Porta sullo schermo tanta azione, simpatia che leggiamo sul volto dei giovani personaggi e freschezza dettata dai piani a volte improbabili imbastiti da questo gruppo di amici, a volte traballanti, a volte efficaci, ma sempre in grado di stupirci e portare adrenalina nella nostra esperienza di visione. Una scelta anche azzeccata, quella del Barrio di Milano, che se da un lato ricorda gli sfondi di un Gomorra della situazione, dall’altro stupisce positivamente per aver scelto Milano da un punto di vista più “povero” e meno fashion, come succede anche nei casi di romanzi ambientati in altri quartieri poveri della città. Un buon risultato nel complesso, una serie che merita la vostra attenzione, “tanto suona sempre il Barrio”.