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Il Domatore di supercomputer selvaggi

Pagina 1: Il Domatore di supercomputer selvaggi

Introduzione

Nota del redattore: Sam Holland è un ingegnere con la passione per le sfide informatiche. Lo abbiamo incontrato per la prima volta quando contestò l’affermazione che l’AlphaMicro AM100 era il primo microcomputer multiutente e multitasking. All’epoca sosteneva, in maniera convincente, che il prodotto della sua azienda, Extensys EX3000, anche se non aveva avuto successo, era stato il primo della categoria. Al momento Sam si occupa di progettare e costruire prototipi di supercompuer. A riguardo, sostiene l’esistenza di un paradosso; per lui i supercomputer sono materiale da ufficio, ma la maggior parte di essi è progettata in maniera tale da essere decisamente inadatti all’ambiente lavorativo. Ha fatto esperienze sia nel settore tecnico che in quello commerciale, come ci racconta in questo articolo, insieme ad altri temi quali: architettura e interconnessioni del processore; potenza e calore; grande, grosso e impossibile da sistemare; personalizzare il sistema operativo; sforzi enormi per lo sviluppo delle applicazioni.

Barcelona Supercomputing Center
Il Supercomputing Center di Barcelona unisce vecchio e nuovo.

Credo che ognuno di noi sia un entrepreneur. L’entrepreneur è quel tipo di persona che si assume dei rischi, normalmente di tipo finanziario, per raggiungere il successo. Non è difficile determinare l’abilità di un uomo d’affari, come entrepreneur, perché i risultati dei suoi sforzi sono sotto gli occhi di tutti. Però anche lo sviluppatore, o il programmatore, che ha appena trovato un sistema di ricerca per trovare l’URL perfetto è un entrepreneur, perché mette in gioco il proprio lavoro, il proprio salario, compresi eventuali extra. E forse il lavoro di questo ingegnere rappresenterà la base di un ulteriore perfetto modello aziendale, che un altro entrepreneur sfrutterà per raggiungere il successo. 

Che cosa hanno a che fare gli entrepreneur con i supercomputers? Prima di tutto consideriamo il fatto che ognuno dei 500 migliori supercalcolatori (www.top500.org) è costituito da un gruppo di microprocessori che funzionano all’unisono grazie ad un sistema di interconnessioni. I sistemi, normalmente, sono ottimizzati per applicazioni che richiedono molta potenza di calcolo, quindi molti processori sono utilizzati allo stesso tempo, e più gruppi possono essere riuniti a formarne uno più potente. Alcuni sono costruiti con pezzi acquistabili nei normali circuiti commerciali, mentre altri con componenti realizzati allo scopo.

I computer mastodontici del tempo che fu usavano un piccolo numero di processori, che erano costruiti appositamente ed erano fisicamente molto grandi. Oggi quei dinosauri hanno lasciato il posto a gruppi molto più numerosi di processori piccoli, spesso racchiusi in una stanza, come con i servers. Le architetture tradizionali sono adatte a diversi tipi di applicazioni. Alcuni dei più potenti supercomputer del mondo, per esempio, sono usati con applicazioni web.

Si tratta di oggetti che diventano via via più comuni, grazie a processori sempre più veloci e sistemi sempre più sofisticati. Ne avete uno in ufficio? Probabilmente no. Sono costosi, e occupano un sacco di spazio, scaldano all’inverosimile, fanno rumore, e di solito sono circondati da un masnada di esperti blateranti che intendono la tecnologia e la potenza di calcolo come un concetto lontano anni luce dai bisogni professionali di un ambiente lavorativo. Eppure non dovrebbe essere così.
Quello di cui sento il bisogno è coraggio e voglia di rischiare, anche nell’ingegneria. Serve creatività e una certa dose di rischio, per far sì che i supercomputers passino da oggetti che devono essere complessi a macchine che possono trovare posto in un ufficio.

Ho cercato quindi di vedere le cose da un diverso punto di vista, pratica che spesso permette di far emergere le ovvietà che spesso ci sfuggono. La speranza è quella di trovare soluzioni creative e semplici ai problemi che si presentano, quando pensiamo di portare il supercomputer in ufficio. Cerchiamo di capire che cosa li rende inadatti al lavoro di ogni giorno, per avere una possibilità di rimuovere l’ostacolo, e far loro varcare la porta del nostro ufficio. C’è bisogno di ingegneri entrepreneur, per farcela. Si tratterà, probabilmente, di persone invisibili, ma in possesso di risorse e conoscenze, e con un grande desiderio di rompere gli schemi consolidati.

Il tema dei supercomputers è davvero gigantesco. Ogni argomento potrebbe riempire interi volumi, quindi eviterò i dettagli, non solo per brevità, ma anche per evitare preconcetti.

Diamo un’occhiata più da vicino a queste macchine. Esiste, non c’è dubbio, un modo per portarli in ufficio, renderli oggetti quotidiani, ma per farlo bisogna prima di tutto scrollarsi di dosso i preconcetti, assumere un atteggiamento creativo ed assumersi dei rischi, per sfondare le barriere che, attualmente, lo impediscono. Chiedo scusa sin da ora per le eventuali omissioni.