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The Witcher Netflix: ecco cosa dovrebbe imparare la serie TV dal videogioco

In questi ultimi giorni sono state svelate le prime immagini e la locandina della serie TV di The Witcher prodotta da Netflix. Subito tutti noi abbiamo cominciato a discutere di quanto fossero o non fossero fedeli alla vera natura di The Witcher: qual è, però, questa “vera natura”? Come possiamo definirla? Prima di tutto, si parte dai libri: l’opera originale deve sempre essere la base. Al tempo stesso, però, sarebbe sciocco scordarsi che le avventure di Geralt di Rivia sono state ritratte sotto forma di videogioco il quale ha di certo condizionato moltissimi appassionati. Le opere di CD Projekt RED hanno permesso a molti di scoprire l’universo narrativo di Andrzej Sapkowski e, per quanto non lo si possa dire con certezza, il loro successo è parte delle motivazioni che hanno spinto alla realizzazione di questa serie TV.

Sarebbe quindi sciocco ignorare completamente quello che i videogame hanno realizzato. Ora, quindi, voglio provare a indicare quali sono le “lezioni” che la serie TV Netflix dovrebbe apprendere dai giochi di CD Projekt RED (in particolar modo da The Witcher 3: Wild Hunt). Iniziamo!

Ambientazioni: varietà e fedeltà

Uno dei primi e più importanti punti di forza del videogioco è la sua qualità visiva. Non solo a livello tecnico, ma sopratutto a livello artistico. The Witcher 3 è il primo capitolo open world e sfrutta questa possibilità per ritrarre il più possibile ciò che veramente è la Saga di Geralt di Rivia. Abbiamo un po’ di tutto: antiche foreste in cui riecheggiano gli ululati dei lupi mannari, campagne cosparse di campi e piccoli villaggi sporchi ma dignitosi, le grandi città, come Novigrad, con i loro edifici in mattoni, i sistemi fognari e le università.

Quello di The Witcher è un mondo ampio e variegato: data per scontata la fedeltà “storica” nella realizzazione degli ambienti, dobbiamo sperare che la serie sia in grado di mostrarcene quanti più lati possibili.

Tematiche e punti di vista

Pur muovendosi in grandi città e alle volte addirittura nelle corti reali, Geralt di Rivia rimane prima di tutto un reietto. La professione degli Strighi, per quanto necessaria, è vista da molti con odio (grazie, Monstrum) e Geralt è un uomo semplice. Gwynbleidd, come è noto tra gli elfi, non ha paura di sporcarsi e, pur non disprezzando un po’ di comodità ogni tanto, vive in viaggio, costantemente al fianco di Rutilia. Anche noi videogiocatori l’abbiamo vissuto in questo modo: per quanto varie ore presenti sul contatore siano state trascorse tra Novigrad, Oxenfurt e Beauclair (se avete giocato l’espansione Blood and Wine), la maggior parte del tempo si era immersi nella melma delle paludi o nelle locande storte di qualche villaggio di cui probabilmente non abbiamo nemmeno imparato il nome.

Non parlo ovviamente delle ambientazioni (era l’argomento precedente) ma più che altro del punto di vista. Geralt vive tra la gente povera e vive il loro mondo denso di razzismo, di ignoranza e incertezze. Il gioco, inoltre, non ha mai avuto paura di darci finali negativi, di mostrarci il “brutto” di questo mondo e colpirci nello stomaco: non dobbiamo ricordare la quest line del Barone Sanguinario, vero?

Gwent: un’esclusiva ludica

Dopo un paio di argomenti “seri”, passiamo a qualcosa di più giocoso: il Gwent. Come i lettori sanno, il gioco di carte apparso nei videogame è una completa invenzione di CD Projekt RED. Per quanto venga più volte nominato e anche giocato “davanti agli occhi del lettore”, il Gwent dei libri non è ben definito. Gli sviluppatori hanno quindi deciso di dargli una maggiore dignità: una scelta azzeccata, visto il successo che ha poi permesso la nascita di ben due giochi indipendenti da The Witcher 3 (Gwent: The Witcher Card Game e Thronebreaker: The Witcher Tales).

Darei abbastanza per scontato che non potremo vedere un’esatta copia del Gwent di CD Projekt RED: quello che spero, però, è che ci sia modo di vedere i protagonisti giocare, anche con regole nuove e uno stile differente. Ciò che mi preme è che non venga trattato come un elemento di sfondo, ma ci sia modo di vedere un personaggio principale intrattenersi con una partita di Gwent: dopo tutti questi anni, il gioco di carte è parte fondamentale dell’immaginario di The Witcher per noi videogiocatori.

Un giusto citazionismo

Per quanto fin’ora si sia ragionato sopratutto a partire dal gioco, non dobbiamo dimenticarci che la base di tutto è la serie di libri. Di certo, CD Projekt RED non se ne è scordata: all’interno di The Witcher 3 vengono più volte citate le opere originali. Non riprendendo personaggi di un certo speso come Dijkstra o Ranuncolo, ma con dettagli minimi.

Un esempio? In una missione secondaria in cui è necessario eliminare dei piccoli draghi, un popolano propone di riempire una pecora con varie sostanze per avvelenare le creature: Geralt, a quel punto, dice “Un altro fan del ciabattino”, facendo riferimento al racconto “Il limite del possibile”. In quell’istante ho percepito l’intero staff di CD Projekt RED che mi faceva un occhiolino: questo vorrei. Di più, vorrei proprio che la serie di Netflix citi non solo i libri e i racconti, ma anche il gioco stesso. Provate a immaginare, dopo una notte di baldoria durante Yule, Geralt si risveglia intontito e guardandosi attorno non trova Rutilia: poi alza lo sguardo, ed eccola, sopra il tetto!

Questi quattro punti erano i più rilevanti secondo il mio punto di vista, ma ovviamente potrebbe esserci molto altro. Una grande cura per il bestiario, ad esempio, o l’utilizzo di pozioni e segni (molto più importanti nei giochi che nei libri): si tratta però di dettagli che ritengo secondari; è così anche per voi? Quali sono gli elementi caratteristici del gioco che vorreste proprio rivedere nella serie TV di Netflix?

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