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Facebook invoca l’aiuto del governo contro video deepfake e interferenze elettorali

Ieri, durante l’Aspen Ideas Festival in Colorado, Mark Zuckerberg è tornato a toccare alcuni degli argomenti più scottanti legati negli ultimi anni ai social, dal trattamento da riservare ai video deepfake manipolati tramite IA al modo in cui arginare i tentativi di influenzare dall’esterno le elezioni. La ricetta indicata dal fondatore e CEO di Facebook in realtà non è nuova, essendo stata indicata già qualche mese fa: non si può chiedere a un’azienda privata di risolvere da sola questo tipo di problemi, per questo serve l’intervento dello Stato, l’unico che abbia l’autorità e l’autorevolezza per emanare un nuovo quadro normativo ad hoc.

Insomma che le singole aziende non possano fare le veci dei governi è una posizione nota, per di più condivisa non solo da Facebook ma ad esempio da Twitter e, in un ambito differente, anche da FedEx ad esempio. Il presupposto del resto non è sbagliato e rappresenterebbe forse l’unica soluzione per bypassare il paradosso su cui si fondano tutti i social network, ossia assicurare da un lato i profitti e dall’altro la privacy dei singoli e la sicurezza dei contenuti.

Per quanto riguarda i tentativi di ingerenze esterne sui risultati elettorali il ragionamento di Zuckerberg è piuttosto lineare: fino a ieri le risposte istituzionali da parte dello Stato sono state deboli, sia durante l’amministrazione Obama che Trump, legittimando così operazioni di questo tipo. Dinanzi a una situazione del genere delegare l’azione di contrasto unicamente ai social è come chiedere di svuotare l’oceano con un cucchiaino.

“‎Come azienda privata non abbiamo gli strumenti per fermare il governo russo. Possiamo difenderci come meglio possiamo, ma è il nostro governo ad avere gli strumenti per applicare pressione alla Russia”. Facebook in effetti smantella costantemente reti coordinate per la diffusione di fake news a sfondo politico, ma se non c’è una risposta organica a livello governativo, gli attacchi, semplicemente, continueranno, ancora e ancora.

Più complesso invece è il discorso che riguarda i video deepfake, in cui cioè c’è un intervento delle IA di ultima generazione, capaci come sappiamo di manipolare le immagini per far dire ai politici cose assurde o comunque contraddittorie in modo convincente. Secondo Zuckerberg il comportamento da tenere in questi casi è diverso rispetto alle normali fake news: i video infatti andrebbero lasciati online a suo dire, anziché eliminati.

Questo approccio è stato già seguito sia in occasione del video su Nancy Pelosi che su quello più recente che aveva come protagonista lo stesso Zuckerberg, facendo discutere in entrambi i casi. Il motivo è semplice ed è di natura tecnica: è difficile non solo riconoscere i video manipolati da IA, ma anche solo fornire una definzione di deepfake. Se infatti ci si limitasse a considerare come eliminabili tutti i video in qualche modo rielaborati, ad esempio tramite tecniche tradizionali come il montaggio, sarebbe assai facile giungere alla conclusione di dover eliminare la maggior parte dei video. Sappiamo benissimo quanto spesso capiti di forzare concetti e affermazioni anche nel giornalismo classico, persino in quello solo testuale, nei cosiddetti virgolettati.

Viceversa riconoscere un video deepfake è un task ormai assai arduo anche per altre IA. La posizione di Zuckerberg è dunque pragmatica: nel caso del video della Pelosi, per altro manipolato semplicemente tramite un suo rallentamento, i sistemi di Facebook ci hanno messo più di un giorno per etichettare il video come potenzialmente fuorviante e in quel giorno il video ha conosciuto nel frattempo una diffusione enorme. Verificatori esterni invece l’avevano riconosciuto come falso in appena un’ora. Secondo Zuckerberg dunque sarebbe semplicemente più efficace lasciare questo tipo di video online, etichettandoli però tempestivamente, e limitandone così la diffusione.

Per Zuckerberg sostanzialmente non può essere un’azienda privata a decidere cosa possono dire o non dire i propri utenti. Solo uno Stato può imporre regole sui propri cittadini quando si parla di compromessi su valori fondanti la democrazia, come il diritto di parola o di espressione del dissenso. Certo, potrebbe sembrare una posizione un po’ furba e probabilmente lo è, ma è sostanzialmente corretta da un punto di vista istituzionale. Del resto è furbo anche l’atteggiamento di certa politica, che invoca le censure solo per la parte avversa ma non prende decisioni in prima persona per non passare da censore. Se nell’era della comunicazione digitale di massa lo Stato, i politici e la politica si pensano come semplici soggetti del discorso sociale anziché istituzioni super partes il cui compito sarebbe garantire parità di diritti a tutti, allora i nostri sistemi democratici hanno un problema.