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Streaming audio: i giovani più disposti a pagare

Spotify ed Apple Music vanno bene, magari benino, ma il padrone indiscusso della musica in streaming è ancora Youtube. Lo conferma il recente Music Consumer Insight Report 2018 pubblicato da IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), federazione che in Italia è rappresentata dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana). L'86% degli ascoltatori usa servizi di streaming, e […]

Spotify ed Apple Music vanno bene, magari benino, ma il padrone indiscusso della musica in streaming è ancora Youtube. Lo conferma il recente Music Consumer Insight Report 2018 pubblicato da IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), federazione che in Italia è rappresentata dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana).

L'86% degli ascoltatori usa servizi di streaming, e tra questi Youtube rappresenta circa il 47% del tempo che passiamo ascoltando musica on-demand. Il documento sottolinea come gli utenti più giovani (16-24 anni) siano quelli più disposti a pagare un abbonamento periodico – forse pesa anche l'esistenza di abbonamenti scontati per gli studenti.  

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Per quanto riguarda l'Italia in particolare, "il 59% degli utenti attivi online usa servizi di video streaming musicali (il 49% su YouTube, il restante 10% su altri siti di video streaming), il 17% usa un servizio di audio streaming a pagamento e il 24% un servizio audio streaming gratuito. Il 94% dei giovani consumatori (16-24 anni) ascolta musica da uno smartphone e il 52% di loro usa un servizio streaming a pagamento.

In Italia quindi il predominio di Youtube è ancora più marcato, così come dominano le versioni gratuite su quelle a pagamento. Significativo che tra i giovani quasi tutti si affidino allo smartphone, e che oltre la metà di loro abbia deciso di pagare un abbonamento – magari condividendo tra amici un account che dovrebbe essere per famiglie.

Nonostante l'ormai grande disponibilità di musica gratuita, nota il documento, "più di un terzo dei consumatori (38%) ottiene musica tramite metodi illegali, di cui lo stream ripping è il più usato (coinvolge il 32% degli utenti)". Il termine indica l'azione di salvare la musica in streaming; più o meno è l'equivalente di ciò che accadeva anni fa quando le persone registravano su audiocassetta la musica trasmessa in radio – fenomeno che portò gli speaker a parlare sopra l'inizio e la fine delle canzoni.

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IFPI riconosce che il problema della pirateria è ancora irrisolto, per quanto meno incisivo rispetto ad alcuni anni fa. La nota di FMI ricorda un'altra questione aperta, ovvero "un'equa remunerazione da parte di alcuni servizi di user-upload". Tradotto significa, che vorrebbero ricevere più denaro da Google per gli ascolti fatti tramite YouTube.

"I politici di tutto il mondo hanno esaminato attentamente queste problematiche e stanno agendo per affrontarle", conclude la nota con un richiamo nemmeno troppo velato alla nuova normativa europea sul diritto d'autore. Il report fa notare inoltre come la musica con licenza abbia particolarmente successo in Cina, paese dove oltre il 90% dei consumatori ascolta brani con regolare licenza. Un esempio di virtù, sembrerebbe, che si verifica nel paese che ha inventato il Great Firewall.