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Emoticon ed emoji: la loro importanza nella cultura pop

Strizzano l’occhio, sorridono, piangono. Interpretano digitalmente i nostri stati d’animo o diventano veicolo delle nostre emozioni nel mondo ipertecnologico in cui ormai viviamo quotidianamente. Sono le emoticon, che, create ufficialmenteil 19 settembre 1982, hanno letteralmente invaso la comunicazione e la cultura pop.

Negli ultimi quarant’anni la tecnologia si è lanciata al galoppo senza fermarsi un istante, correndo, anzi, a ritmi sempre più vertiginosi con cui cerchiamo giornalmente di stare al passo per non rimanere “tagliati fuori” dal mondo. Uno tra gli universi che più si sono sviluppati in questo senso è senza dubbio quello della ICT (Information and Communication Technology), con il pianeta Internet a condurre una vera e propria rivoluzione nelle vite di tutti. Era inevitabile che in un ambito in cui la comunicazione rappresenta un aspetto principe per il funzionamento dello stesso apparato tecnologico, anche il linguaggio subisse dei mutamenti profondi, modificando il nostro modo di esprimerci con gli altri. Soprattutto a livello testuale.

Una circostanza come questa ha creato la nascita di nuove necessità, come quella di poter esprimere le proprie emozioni anche attraverso la parola scritta: è in questo contesto che nascono le emoticon, le faccine utilizzate per comunicare i propri stati d’animo all’interno di un testo, che oggi compiono trentotto anni. In questi anni si sono evolute, tanto che oggi sfruttiamo una loro versione più “evoluta”, se vogliamo, ovvero quella delle emoji.

Ma come sono nate le emoticon? E come si sono fatte largo nel nostro linguaggio, diventando dei simboli sempre più utilizzati anche nella cultura pop?

Emoticon

Born to be emoticon

Con l’avvento dell’era informatica e di Internet sono giunti anche nuovi canali testuali (e-mail e chat) in cui uno degli ostacoli più evidenti era quello di non poter esprimere il proprio stato d’animo all’interlocutore. Un parlato simile a quello verbale, faccia a faccia, ma senza la possibilità di includere tutto il corollario appartenente al linguaggio non verbale che accompagna sempre il primo. Espressioni del volto, gesti, prossemica, venuti meno in questo nuovo modo di comunicare testuale con il rischio di incorrere, quindi, in fraintendimenti o di non rendere pienamente chiari i nostri pensieri e le nostre opinioni.

Emoticon

Le prime emoticon nacquero proprio per sopperire, almeno in minima parte, a questa mancanza. Non a caso il termine emoticon rappresenta una “parola macedonia”, un neologismo formato dalla fusione delle parole inglesi emotion e icon. Icone che esprimono emozioni, create dalla combinazione di caratteri standard che è possibile digitare su qualunque tastiera, per lo più segni di punteggiatura. La loro nascita ufficiale riporta la data del 19 settembre 1982, ad opera del professore Scott Fahlman presso l’università Carnegie Mellon di Pittsburgh, in Pennsylvania. Tuttavia la loro origine storica potrebbe risalire anche a molto prima.

In un documento ritenuto perso per vent’anni e rinvenuto negli archivi dell’università dal ricercatore Jeff Baird nel 2002, vi è una prova documentata della nascita delle emoticon 🙂 e 🙁, ad opera di Fahlman: quest’ultimo, infatti, aveva pubblicato un messaggio su una bacheca elettronica della Carnegie in cui proponeva di distinguire i post più scherzosi per mezzo della prima faccina e quelli più seri attraverso la seconda. La paternità delle emoticon può essere quindi attribuita oggi a Scott Fahlman, benché sembri che alcuni antenati delle celebri faccine siano presenti in documenti risalenti a ben prima dell’era dell’informatica.

Emoticon

Qualcuno afferma, ad esempio, che persino Abraham Lincoln avesse inserito un’emoticon nel testo di un discorso risalente al 1862, tuttavia non è dato sapere se si tratti di una trascrizione volontaria o di un semplice errore di battitura. Un tentativo di ricreare le espressioni facciali legate alle emozioni è stato compiuto poi dalla rivista satirica Puck, nel 1881, che intendeva far vedere cosa la loro linea tipografica era capace di fare in maniera ironica. Il magazine pubblicò quindi quattro faccine (in verticale) utilizzando i segni di punteggiatura che esprimevano gioia, tristezza, indifferenza e stupore.

Nel 1912 lo scrittore Ambrose Bierce propose l’utilizzo di questo carattere ͜    simile ad una parentesi rovesciata per rappresentare un sorriso e nel 1936, riprendendo questo suggerimento che dovette sembrare piuttosto rivoluzionario per l’epoca, il linguista Alan Gregg pubblicò un saggio sull’Harvard Lampoon in cui suggeriva di ampliare il potenziale della punteggiatura per ricreare l’espressione delle emozioni. I segni (-) avrebbero quindi rappresentato un sorriso, (–) una risata, mentre (#) sarebbe stata una sorta di espressione corrucciata e (*) un occhiolino.

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Essi non furono gli unici a chiedersi, poi, se non vi fosse un modo per dare l’idea del proprio stato d’animo attraverso dei simboli scritti. In un’intervista del New York Times del 1969, il giornalista Alden Whitman chiese allo scrittore Vladimir Nabokov come si sarebbe classificato tra gli scrittori più recenti. Questi rispose:

Penso spesso che dovrebbe esistere un segno tipografico speciale per un sorriso – una sorta di segno concavo, una parentesi tonda supina, che ora vorrei tracciare in risposta alla tua domanda.

L’evoluzione delle emoticon: kaomoji ed emoji

Non passò molto tempo che anche in Giappone ci misero lo zampino. Se infatti in occidente la codifica dei testi in uso prevedeva script da 1 byte, quella giapponese utilizzava invece script da 2 byte che consentivano di digitare una più grande varietà di caratteri (necessari alla scrittura degli ideogrammi). Perciò nel 1986, con l’arrivo del provider di servizi ASCII Net, si diffuse un nuovo modo di utilizzare quei caratteri nei dialoghi scritti: quello delle kaomoji.

Le kaomoji rappresentano un vero e proprio stile di emoticon giapponese, composto sia da caratteri che da segni di punteggiatura, in grado di esprimere un ampio ventaglio di espressioni facciali (e non solo). Questo tipo di emoticon è leggibile senza inclinare la testa di lato, a differenze di quelle occidentali, e il loro nome deriva dall’unione di due kanji: “kao”, ovvero “faccia”, e “moji”, cioè “simbolo”. Non c’è dubbio che per digitarle occorra parecchia inventiva, dal momento che esse sono in grado di comunicare stati d’animo, ma anche di descrivere azioni e oggetti. Alcuni esempi di kaomoji possono essere ( ͡ᵔ ͜ʖ ͡ᵔ) oppure °) (=^ω^=).

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Il nuovo linguaggio che era scaturito dalla nascita delle emoticon si è arricchito, in seguito, di una nuova famiglia di icone. Se Scott Fahlman può essere definito il padre delle emoticon per come le conosciamo oggi, Shigetaka Kurita lo è invece delle emoji, le faccine che inseriamo quotidianamente nei messaggi che inviamo gli altri e che sono diventati degli strumenti comunicativi a tutti gli effetti.

Kurita era un dipendente della DOCOMO, operatore di telefonia mobile giapponese, che nel 1999 ideò per l’azienda 176 immagini, delle dimensioni di 12×12 pixel, in grado di esprimere concetti e sentimenti accompagnando i testi scritti o sostituendosi addirittura ad essi. Se ci riferiamo ad essi come immagini è perché si tratta di veri e propri pittogrammi, a differenza di emoticon e kaomoji: di fatto, le emoji non vengono inviate digitando sulla tastiera caratteri e segni di punteggiatura, ma esse sono rese attraverso la codifica Unicode, che attribuendo a ciascuna immagine un codice specifico le formalizza poi con l’aspetto che conosciamo. Il termine emoji è formato dall’unione dei kanji e, cioè “immagine”, mo che corrisponde a “scrittura” e “ji” ovvero “carattere”, quindi una sorta di linguaggio per immagini, e oggi il MoMA di New York ospita una mostra permanente che raccoglie questi simboli rappresentativi di un nuovo modo di comunicare.

Emoticon

In questo senso è utile forse fare un passo indietro di qualche anno: siamo nel 1963 e Harvey Ball, artista e pubblicitario statunitense, realizza per una compagnia assicurativa di Worcester un logo che ha lo scopo di sollevare il morale dei dipendenti e proporre un’immagine positiva ai clienti.

Si tratta del celebre smiley, la faccina gialla sorridente che presto, dal momento che Ball non registrerà mai il marchio dell’immagine e non ne ricaverà un soldo, diventerà un prodotto commerciale in tutti gli Stati Uniti piazzato su magliette, tazze, spillette e qualunque altro oggetto adatto ad essere venduto. Un simbolo entrato senza preavviso dalla porta principale della cultura pop, rappresentativo negli anni ’70 dei concetti di pace e positività, e rimasto lì per tutti gli anni a seguire, fino a diventare un’icona d’uso comune: l’emoji sorridente che tutti utilizziamo ogni giorno prende di certo spunto dal famosissimo smiley, che da logo aziendale a simbolo della cultura pop è divenuto oggi parte integrante della nostra comunicazione.

È interessante notare come già prima di quel 19 settembre 1982 si sentisse la necessità di esprimere uno stato d’animo (positivo, felice, sorridente) attraverso un’icona che sostituisse le parole. Oggi quell’icona è stata un po’ soppiantata dalle emoji, un cambiamento di paradigma che tocca i nostri scambi attraverso i social network e le app di messaggistica istantanea, e sulla cui scia si muove anche la cultura pop, sfruttando le “faccine” per realizzare veri e propri contenuti o come strumenti di marketing.

Smiley, smiley ovunque

“Antenato” degli odierni smiley che ci inviamo per esprimere un giudizio o chiosare un messaggio scritto, quello ideato da Harvey Ball lo ritroviamo in una moltitudine di prodotti della cultura pop. Basti pensare alla spilletta che il Comico, uno dei protagonisti di Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, porta affissa al petto e che ritrae proprio lo smiley: lo stesso, che diventerà un po’ il simbolo della violenza che si consuma lungo tutto l’arco della storia, una volta che la spilletta sarà macchiata per sempre dal sangue dello stesso Comico. Nel film omonimo diretto da Zack Snyder è visibile persino il cratere Galle su Marte, una formazione sulla superficie del pianeta che ha tutta l’aria di un’enorme faccina sorridente.

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Un altro smiley noto dei fumetti è quello presente in Transmetropolitan, di Warren Ellis e Darick Robertson, in cui al simbolo viene aggiunto un terzo occhio per rappresentare il Transient Movement, un gruppo di umani che intendono mutare il proprio DNA grazie a quello alieno. Nella serie a fumetti creata da Ben Edlund, The Tick, il villain chiamato Chainsaw Vigilante porta sulla giacca la spilletta di uno smiley rovesciato e anche la sua maschera sembra essere una versione distorta della nota faccina; anche l’artista Banksy ha fatto propria questa icona inserendola più di una volta all’interno dei suoi graffiti, di cui quello più celebre è forse il poliziotto in divisa antisommossa la cui faccia è stata sostituita da uno smiley. Il simbolo divenuto celebre in tutto il mondo passa però anche attraverso i film.

Robert Zemeckis nel 1994 ci ha dato una sua versione alternativa all’ideazione dello smiley: quando Forrest Gump, protagonista dell’omonima pellicola, si pulisce il volto su una maglietta, su questa resta impressa l’immagine di una sorta di smiley, ispirando poi un uomo d’affari a ricrearla facendone un’icona. La stessa faccina a tre occhi di Transmetropolitan torna nel cinema attraverso la commedia sci-fi Evolution, di Ivan Reitman, campeggiando sulla locandina del film, mentre nel Fight Club di David Fincher uno smiley gigante viene realizzato sulla facciata di un edificio che viene vandalizzato dai protagonisti. Nel mondo della musica, invece, troviamo versioni alternative delle faccine sorridenti ad esempio nel simbolo fatto proprio dai Nirvana e sulla copertina dell’album Blink 182 dell’omonima band.

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Col trascorrere degli anni il vero smiley protagonista della cultura pop è diventato quello appartenente alla famiglia delle emoji, tuttavia anche l’ampio spettro di icone che esse offrono viene sfruttato nella comunicazione odierna. Ad oggi, l’emoji più utilizzata in assoluto sui social sembra essere la “face with tears of joy”, la faccina che ha le lacrime agli occhi dal ridere, insomma, come rilevato dal sito emojitracker.com; nel 2015 “emoji” è salita sul podio come parola dell’anno e il dizionario Oxford ha scelto per rappresentarla proprio la “face with tears of joy”, inserendo nel proprio vocabolario un’immagine anziché una parola per la prima volta nella storia. L’importanza che le emoji hanno acquisito nella comunicazione odierna è manifestata poi dalla loro natura fortemente inclusiva, in grado di rendere per pittogrammi concetti come quello della famiglia composta da due mamme o due papà, o semplicemente mettendo a disposizione degli utenti una gamma di icone che presentano tutte un diverso colore della pelle, rendendole di fatto pressoché universali.

L’impatto che le emoji hanno avuto negli ultimi anni è visibile anche nel mondo del marketing e dei social network: basti pensare al comunicato stampa Chevrolet diffuso nel 2015 realizzato interamente con l’uso delle emoji, ad esempio, o all’integrazione nel 2017 del celebre tasto di apprezzamento (o più semplicemente, il “like”) di Facebook, simboleggiato da un pollice in su, con una serie di icone mututate proprio dalle emoji, che potessero esprimere in maniera più completa la propria reazione ad un post o ad un commento. Esse sono le “reactions”, rappresentate da icone come un cuore, una faccia che ride ed una che piange, oltre ad una sorpresa ed una arrabbiata.

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Show televisivi americani, poi, come The Ellen DeGeneres Show o Jimmy Kimmel Live! hanno integrato i loro format con spazi dedicati alla scoperta delle emoji attraverso dei giochi; le stesse hanno ricevuto un film interamente dedicato a loro con Emoji: Accendi le Emozioni, in cui le note faccine sono le protagoniste della pellicola. Ma il loro utilizzo forse più celebre (e vincente) è probabilmente quello che ne hanno fatto gli addetti alla pubblicizzazione del film Deadpool: una serie di tre emoji che hanno fatto mostra di sè su alcuni cartelloni pubblicitari per annunciare l’uscita della pellicola al cinema, mantenendo il tono irriverente che segna lo spirito dell’intero film.

Smiley Games, in cui  le faccine sorridenti sono le protagoniste di questo gioco adatto sia a grandi che piccoli: lo trovate cliccando su questo link. Per avere invece una t-shirt come quella di Forrest Gump, vi basterà cliccare qui.