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Tim Burton e Videogiochi: un affascinante connubio

La coppia Tim Burton e videogiochi può sembrare inusuale o forzata. D’altronde, non è necessario spendere righe di presentazione per l’eccentrico regista americano: nel corso della sua lunga carriera, ha contribuito enormemente a plasmare il nostro immaginario, grazie al suo stile multiforme, che fonde elementi fiabeschi e tonalità dark. Gli occhi giganti dei suoi personaggi, […]

La coppia Tim Burton e videogiochi può sembrare inusuale o forzata. D’altronde, non è necessario spendere righe di presentazione per l’eccentrico regista americano: nel corso della sua lunga carriera, ha contribuito enormemente a plasmare il nostro immaginario, grazie al suo stile multiforme, che fonde elementi fiabeschi e tonalità dark.
Gli occhi giganti dei suoi personaggi, le loro esili figure, fatte di rotondità e spigolosità, sono oramai divenuti un marchio di fabbrica nell’ambito dell’animazione. Un discorso che non muta nemmeno quando parliamo dei film da lui diretti: le scenografie, il cromatismo sopraffino e la presenza ricorrente di personalità affascinanti ma cupe come quella di Johnny Depp, Helena Bonham Carter ed Eva Green, dimostrano la spiccata sensibilità del regista.

Eppure, in occasione dell’uscita nelle sale di Dumbo, il live action targato Disney, vogliamo proporvi un viaggio nell’universo videoludico, per individuare quei titoli che, volenti o nolenti, presentano nel loro stile un palese richiamo alla filosofia estetica e concettuale di Tim Burton.

Psychonauts

Il primo esempio in ottica di Tim Burton e videogiochi è Psychonauts, che potrà non aver goduto di ottime vendite ma, a distanza di anni, resta una piccola perla del panorama videoludico.
Il motivo risiede nella sua capacità di parlare dei disturbi psichici attraverso un concept di gioco infantile.
Badate bene che qui l’aggettivo “infantile” non è in senso dispregiativo, ma serve a rendere evidente il forte contrasto tra i temi trattati e lo stile di gioco, il quale si rifà al platform/adventure.

L’opera di Majesco – dietro cui si cela la storica figura di Tim Schafer – ci mette nei panni di Raz, un ragazzino dotato di una particolare capacità che gli consente di esplorare la psiche delle altre persone. Per tale ragione egli entra a far parte di un campo estivo gestito dal governo americano, istituito per allenare i giovani a sfruttare le loro abilità psichiche e renderli per l’appunto degli Psychonauts.
Come potete notare, il concept si presenta in maniera cupa, ma il design deformato dei mondi e dei personaggi attenua la componente disturbante, che comunque rimane sempre latente. Il mondo di gioco è coloratissimo, ma gli arancioni, i viola e i verdi vengono scuriti per mantenere quel senso di cupezza menzionato poc’anzi.

Questo straordinario mix tra forme cartoonesche e colori cupi, tra temi adulti come i disturbi psichici e la genuinità dei personaggi rimandano chiaramente alle morbide tinte dark di Tim Burton, evidenti ad esempio in Nightmare Before Christmas e ne La Sposa Cadavere.
Per rendere evidente questa analogia, basta citare il personaggio di Coach Oleander, che con la sua massiccia fisicità a triangolo ricorda il Sindaco della città di Halloween di Jack Skeletron.

Little Nightmares

Restiamo nell’ambito delle piccole produzioni, perché se parliamo dell’influenza tra Tim Burton e videogiochi non possiamo non citare Little Nightmares, il platform dalle forti sfumature horror realizzato dalla svedese Tarsier Studios.
Protagonista di questa inquietante avventura è Sei, una bambina che si risveglia all’interno de Le Fauci, una sorta di ristorante popolato da terribili creature sito in mezzo al mare.
Se in Psychonauts l’ansia rimane latente, in Little Nightmares è tangibile.
Le piccole dimensioni di Sei rispetto ai mostri che sorvegliano l’edificio subacqueo ci fanno provare sin da subito insicurezza e paura. Anche perché, farsi beccare dai nemici vuol dire diventare pietanza per le loro enormi fauci.

In questo caso il contrasto – che è il leitmotiv di questo articolo su Tim Burton e videogiochi – è ancora più forte. Abbiamo menzionato la corporatura minuscola di Sei, che si contrappone alla massa disgustosa dei suoi aguzzini, ma il vero elemento di spicco di Little Nightmares è l’impermeabile giallo della bambina, unica vera forma di colore presente nel gioco, dato che tutto il resto è caratterizzato da sfumare metalliche e scure, per enfatizzare il senso di claustrofobia che si prova durante l’esplorazione.
In generale il design delle creature, rozzo ma raccapricciante, appare un omaggio ai personaggi delle animazioni di Tim Burton.

 

Don’t Starve

Ci addentriamo sempre di più nel panorama indie e dei titoli a piccolo budgtet, dove troviamo Don’t Starve. Sviluppato da Klei Entertainment, è un survival declinato in salsa horror.
D’altronde, se si parla del duo “Tim Burton e videogiochi” è difficile non sconfinare nel regno della paura.
La peculiarità dello stile timburtiano è però quello di rifarsi al mondo dell’assurdo senza traumatizzare il fruitore, ma inglobandolo all’interno della sua atmosfera cupa ma allo stesso tempo docile.
Così fa Don’t Starve, il cui protagonista è Wilson, uno scienziato che si ritrova catapultato all’interno di un mondo dominato dalla natura. Questa da una parte è una preziosa alleata da cui attingere risorse fondamentali per la sopravvivenza, ma dall’altra rappresenta il nemico numero uno da fronteggiare. In una dicotomia benevola/matrigna, la natura di Don’t Starve ci porta allo stremo attraverso le intemperie del clima, la scarsità di materiali e, soprattutto, le terribili creature pronte ad assalirci non appena la luce del nostro falò si indebolisce.

Viviamo dunque con questo costante senso d’ansia, soprattutto all’inizio, smorzato però da un umorismo che caratterizza lo stile del gioco.
Al di là della fusione tra l’essenza horror e quella naif, è l’aspetto di Wilson a ricordarci in maniera palese lo stile del regista americano: con i suoi capelli folti e scompigliati verso l’alto, le profonde occhiaie che circondano il suo sguardo, e la sua espressione tenebrosa ricorda Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street.

Hollow Knight

Un altro gioiello del panorama indie che si inserisce perfettamente nel binomio Tim Burton e videogiochi è Hollow Knight, il metroidvania partorito dalla mente sadica di Team Cherry. Sappiate infatti che non è solo coi Souls o con Sekiro che ci si arrabbia quando si gioca, perché anche l’indie dedicato al mondo degli insetti non è da meno.

Oltre il forte livello di sfida, parte del successo di Hollow Knight deriva dalla sua lore, svelata pezzo per pezzo, incontrando curiosi personaggi che si aggirano per l’immensa mappa di gioco o scoprendo antichi manufatti.
Nonostante Nidosacro sia un mondo in miniatura popolato da creaturine a sei o più zampe, l’atmosfera di gioco è molto tetra.
È proprio in questo elemento che risiede il richiamo alla stilistica di Tim Burton. Con l’eccezione di Verdevia e Picco di Cristallo, tutte le altre sezioni di gioco sono caratterizzate da una policromia cupa, fatta di viola, blu, grigi e neri.

Dato che la mappa si svela gradatamente e che si muore facilmente, si ha un certo timore nell’esplorazione. Dopotutto girovaghiamo per il regno di Nidosacro nei panni di un piccolo insetto armato di aculeo.
Ma se ci soffermiamo ad osservare le scenografie in 2D, sviluppate in verticale, spesso con edifici in stile gotico ed elementi decorativi di stampo art deco, possiamo dimenticarci per un istante dell’ansia provata e godere dell’atmosfera visiva buia ma poetica.
Lo stesso discorso si può fare per il design dei personaggi, particolarmente longilinei e spigolosi, con lo sguardo allungato, oppure massicci e con grossi occhi rotondi, molto spesso neri, come il nostro protagonista, che sembra riunire i due stili.

MediEvil

Se finora le analogie stilistiche e concettuali riscontrate sinora sono state appositamente cercate, con il successivo e ultimo esempio andiamo a citare un titolo che ha apertamente dichiarato l’influenza di Tim Burton e del suo Nightmare Before Christmas. Stiamo parlando di MediEvil, vecchia gloria del team di sviluppo SCEE Cambridge Studio e una delle tante icone dell’universo PlayStation.
Quando parliamo infatti di Tim Burton e videogiochi, basta guardare il viso di Sir Daniel Fortesque per ritornare con la mente a Jack Skeletron, entrambi aventi un teschio schiacciato. Certo, l’eroe di Gallowmere è senza mandibola ma ha un occhio, a differenza del re degli scheletri. Tuttavia, entrambi esternano, il più delle volte, il loro malessere interiore – ovvero la necessità del riscatto personale – attraverso una buffa mimica facciale.

Anche i diversi nemici del gioco rimandano all’immaginario di halloween presente nell’opera di Tim Burton, dato che in MediEvil troviamo zucche, pipistrelli e, per l’appunto, scheletri.Un’affinità ancor più evidente nella palette cromatica contrastante, tra arancioni e verdi accesi contro i blu e i viola. È inoltre affascinante notare come sia il gioco che il film d’animazione siano capaci di spaventare, pur essendo rivolti a un pubblico giovanile, mantenendo i piccoli giocatori/spettatori in uno stato di adrenalina e leggera paura, nonostante il design caricaturizzato dei personaggi, le location spettrali ma eccentriche, e le colonne sonore memorabili.

Dunque, tornando al concetto che ha dato inizio a questo articolo, Tim Burton e videogiochi è un’accoppiata vincente, soprattutto nelle piccole produzioni che puntano molto a colpire noi giocatori per mezzo dello stile e della giocabilità con un punto di vista tratto dal mondo dell’horror. Abbiamo potuto appurare come i diversi riferimenti alla poetica timburtiana vengono declinati attraverso diversi elementi, alcuni da individuare nel design dei personaggi o delle ambientazioni, altri nei concept fondati sul contrasto tra orrido e fiabesco, o altri ancora più semplicemente nell’estetica.
L’augurio è che questa particolare analisi basata sull’analogia tra cinema e videogiochi dimostri ancora una volta la capacità del medium videoludico di trarre elementi specifici dagli altri media più tradizionali e farli propri, regalandoci opere di spicco che, seppur piccole, possono essere esaltate come modelli.