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Qual è stato il primo videogioco per noi di GameDivision?

L’anno nuovo è arrivato già da un po’ e questo, per ogni appassionato di videogiochi, significa soltanto una cosa: l’avvento di tante interessantissime novità che, sopratutto quest’anno, promettono di stuzzicare l’interesse di ogni videogiocatore che si rispetti. La nuova generazione si appresta infatti a entrare nel vivo: se ciò che abbiamo visto finora da parte di PlayStation 5 e Xbox Series X è già impressionante, non è nulla in confronto a ciò che ci aspetta quest’anno.

Un 2021 che si prospetta dunque scoppiettante, e che vi invitiamo a seguire mese dopo mese sulle pagine di GameDivision. In questi giorni, una semplice domanda in redazione ha dato vita a una bella chiacchierata su quella che è l’origine del nostro amore per questo settore. Il quesito, a dire il vero, è incredibilmente semplice: qual è stato il primo videogioco su cui abbiamo messo mano? È bastato poco per vedere come ognuno avesse la propria storia, ricordo o aneddoto pronto a essere raccontato: il medium videoludico è bello anche e soprattutto per questo, risultando infatti spesso in grado di unire persone con background culturali anche molto diversi tra loro. Ecco dunque l’idea per il primo articolo “corale” di quest’anno, con cui i membri della redazione di GameDivision vogliono condividere con voi la loro personalissima esperienza in proposito.

Il risultato finale è stato per tutti noi un piacevole viaggio sul viale dei ricordi, ma soprattutto un modo per rievocare l’esatto momento in cui ci siamo innamorati del mondo dei videogiochi.

GameDivision: il nostro primo videogioco

Andrea Riviera

Come vi ho raccontato nel mio precedente articolo, ho avuto la grande opportunità di iniziare a giocare su piattaforme decisamente più datate rispetto alla mia età. Una fortuna importante, che però in questo articolo voglio lasciare in disparte per concentrarmi con un videogioco più “alla mia portata” quello che mi ha regalato decine di ore di gioco e ancora oggi ha uno spazio importante nel mio cuore: Command & Conquer.

Il mio primo approccio al titolo Westwood Studios fu senz’altro particolare poiché non lo giocai su PC, ma sulla prima PlayStation. Mi piacque tantissimo, tanto che mi convinsi ad acquistare il PC per giocarmi tutti i capitoli e gettarmi nel meraviglioso mondo Tiberian Sun e Red Alert 2 (a quei tempi il secondo capitolo di Red Alert era appena uscito). Devo ammettere che dopo Command & Conquer 3 persi interessa per il franchise, anche a causa di alcuni lavori non propriamente elogiabili. Per fortuna EA sembra essere tornata in auge con il brand, ripartendo da un’ottima remastered sviluppata dagli ex sviluppatori di Westwood Studios. Non nascondo che a distanza di anni, tengo ancora diverse tracce musicali di Frank Klepacki nella mia chiavetta USB, continuando ad ascoltare la splendida colonna sonora dei primi capitoli in macchina. Mi auguro che il brand possa ritornare un giorno nell’olimpo dei grandi strategici in tempo reale e guidare ad un nuovo capitolo di grande prestigio.

“La pace attraverso la potenza!”

Fabio Canonico

Quando SNES, meglio noto con il più affettuoso nome di Super Nintendo, entrò in casa, non avrei mai immaginato che quello sarebbe stato uno dei momenti definitori della mia vita. I videogiochi li avevo già incontrati, piazzandomi, ben sorvegliato, davanti ai cabinati degli stabilimenti balneari, ma avere una console sempre a disposizione era chiaramente tutt’altra cosa.

E infilata in quella console c’era la cartuccia di Super Mario All-Stars, con i remake con grafica aggiornata (oggi sembra normale dirlo, ma pensate più di 25 anni fa!) delle prime tre avventure dell’idraulico e l’inedito The Lost Levels. In maniera piuttosto bizzarra all’inizio era il 2, quello che a conti fatti non era un Super Mario, il mio preferito, poi imparai ad apprezzare anche la splendida classicità del primo e la giocosa inventiva del terzo, e ancora ricordo l’impatto che ebbe su di me lo scoprire le scorciatoie per saltare a piè pari mondi interi! Quella di Super Mario Bros. la scoprii da solo, spingendomi per curiosità oltre il margine superiore dello schermo, non ricordo invece come feci con quella, storica, di Super Mario Bros. 3, che è praticamente impossibile anche solo immaginare. Forse il passaparola, forse per il film Il piccolo mago dei videogame, vai a sapere. A ogni modo, cose che a un bimbetto di nemmeno dieci anni facevano esplodere la testa dallo stupore e dalla contentezza.

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E pensare che la console era stata presa per me e mio fratello, ma probabilmente più per lui, perché più grande. Come spesso succede in situazioni simili, fui invece io quello che finì per appassionarsi maggiormente, al punto, anni dopo e ventenne, da provare a farne un lavoro. Sono passati altri quattordici anni da quel momento, tra grandi soddisfazioni, cocenti delusioni e difficoltà che a volte parevano insormontabili, ma sono ancora qui. Quanto della mia vita devo a quel baffuto idraulico.


Carlo Castiglia

Non è il primo gioco di cui ho memoria, ma è il titolo che mi ha reso ciò che sono oggi: un grande appassionato del mondo videoludico, della storia e della letteratura! Era il lontano giugno del 2005 e io avevo appena compiuto otto anni. Alla fine di uno splendido pomeriggio dei primi giorni d’estate, passato con i miei amici tra le zone verdi del mio paese, tra legnetti che fungevano da spade e le merende preparate dalle nostri madri e conservate in sacca, tornai a casa.

Vidi mio fratello e mio cugino giocare a un nuovo videogioco dalla grafica spaccamascella: le fiamme emanate dalle spade del protagonista avvolgevano le schiere di nemici, la luna illuminava il legno bagnato dalla pioggia e poi il mostro… un Hydra gigantesco avvolse completamente la nave! Inutile girarci attorno: era il primo God of War!

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Ricordo ancora quando mio cugino lo rimosse dalla mia PlayStation 2: la tristezza, la voglia di giocarlo tutto d’un fiato. Il giorno dopo, presi i soldi che avevo ricevuto per il compleanno e mi recai dal rivenditore di film, CD musicali e videogiochi del mio paesino (che ricordi!) e si… C’ERA! Tornai correndo a casa, salì le scale così velocemente che dimenticai di salutare nonni e genitori e poi inserì il disco nella mia fedele PlayStation 2. Non mi separai più dai videogiochi per il resto della mia vita! God of War riuscì a farmi amare il videogioco e non solo: il capolavoro di Santa Monica mi fece appassionare talmente tanto alla mitologia greca che chiesi al mio maestro di religione un libro proprio sulla mitologia. È da allora che amo la storia, la cultura e la letteratura… alla faccia di una classe dirigente che critica un media che non conosce e che identifica come la causa di tutti i mali, piuttosto di concentrarsi sui problemi reali dei cittadini, stanchi di non essere ascoltati e compresi.


Massimo Costante

Era il 1993, avevo sette anni e avevo in casa mia il computer più moderno, che aveva sostituito da poco il vecchio Commodore 64. L’Amiga 500 era una grande rivoluzione per chi aveva iniziato a lavorare con i computer, facendo musica, grafica o elaborazione di dati grazie a software davvero potenti per l’epoca. Ma io ero solo un bambino e avrei pensato a lavorare il più tardi possibile. A quell’età la parola d’ordine è: divertimento. Eppure, ero attratto dalle immagini superbe di quel computer, dalle musiche dei giochi che per me polverizzavano la concorrenza fatta da Nintendo e SEGA, con quelle console messe in bella mostra da amici e dal solito “cugggino”. Io invece ero differente, (proprio come la pubblicità della banca): c’avevo l’Amiga, era molto di più di una semplice console, era più potente e aveva un parco titoli praticamente infinito, senza contare che all’epoca imperversava una pirateria senza controllo.

In uno di quei pomeriggi passati a giocare con gli amici, a “scambiarsi” floppy disk a colpi di X-Copy (in barba a mio padre che mi aveva insegnato a fare le copie dei dischi con gli obsoleti comandi in AMIGA-Dos), mi imbattei in Mortal Kombat II. Il violento e sanguinoso picchiaduro di Midway mi fece letteralmente andare fuori di testa: i lottatori sembravano grandi come quelli visti in sala giochi, le immagini digitalizzate degli attori in costume li faceva sembrare davvero reali e, infine, lo stile tecnico e frenetico di gioco mi rapì completamente. Ma il mio povero Amiga 500 aveva solo 512 kB di RAM e tutti i titoli di un certo calibro (di solito composti da almeno 4 floppy disk) prevedevano almeno 1 MB di RAM… proprio come accadeva con Mortal Kombat II. Da lì nacque la voglia di giocare al meglio e di conoscere nei dettagli la macchina che avevo a disposizione… e di costruirmi un joystick in adamantio che resistesse alle combinazioni per eseguire mosse e fatality.

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Sdoganata l’espansione della memoria RAM, subito feci miei giochi dapprima irraggiungibili come Shadow Fighter e Street Fighter II Turbo consolidando la mia passione per i picchiaduro, per poi scoprire il mondo delle avventure grafiche con Zak McKracken and the Alien Mindbenders, Indiana Jones and the Fate of Atlantis e quell’amore infinito per The Secret of Monkey Island. Quello fu l’inizio di una formazione inconscia che non solo mi proiettò davvero nel mondo dei videogiochi, ma che mi fecero capire la potenza di questo strumento che ancora oggi riesce ad aggregare pur facendoci picchiare – è il bello dei picchiaduro, tanto poi dopo 10 rivincite si è più amici di prima – e a farci diventare cacciatori di tesori o temibili pirati assetati di Grog. Avete capito adesso l’importanza di un misero megabyte di RAM?


Giuseppe Licciardi

Difficile riuscire a pensare soltanto ad un titolo quando ci viene chiesto di ricordare un momento, o anche un piccolo aneddoto che faccia riferimento alla nostra “infanzia” da videogiocatori. Alla fine un po’ tutti ci siamo appassionati a questo mondo perché qualcuno ce lo ha permesso quando ancora non capivamo bene dove quei pixel animati ci avrebbero portato. Ad alcuni cambiano la vita, mentre ad altri rallegrano semplicemente le giornate.

Ma se c’è un singolo gioco che ricordo con affetto, non è uno di quelli blasonati o che hanno fatto la storia del medium negli anni 90, anzi per molti sarà anche sconosciuto. Sto parlando di C-12 Final Resistance e che ci vedeva al comando del tenente Vaughan nell’intento di sventare un’invasione aliena. Perché ho scelto proprio questo titolo e non magari un Resident Evil o un classico Crash Bandicoot? Essendo io di quella generazione, sarebbe stato molto semplice. In realtà i ricordi che ho legati al tenente Vaughan sono molti di più, perché condivisi insieme a mio padre. Ricordo ancora perfettamente quando cercavamo di risolvere gli enigmi (e che riguardando ora sono davvero ridicoli), o magari di superare un certo punto della mappa senza farsi uccidere, pena il riavvio completo della missione dato che il titolo ha davvero dei checkpoint centellinati.

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A distanza di tanti anni recuperammo quel titolo e con tanta gioia ma sopratutto molta semplicità lo finimmo, anche grazie all’esperienza da videogiocatori che tutti e due abbiamo accumulato nel corso degli anni. Ora lo conservo nella sua custodia originale in bella vista e di tanto in tanto lo inseriamo per ricordarci che l’essenza del videogioco sta anche nella condivisone con le persone a cui vogliamo bene e con cui vogliamo condividere un’esperienza.


Marco Padovese

Il primo amore non si scorda mai, ma qui non stiamo parlando di congiunti o partner, ma di videogiochi. La fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 è stata una vera e propria rinascita nel campo dei videogames, soprattutto dopo l’enorme crisi che ha quasi falcidiato l’intera industria. A farla da padrona erano le console casalinghe che sono riuscite a spostare l’attenzione dagli immortali cabinati, in voga in quel periodo. Oggi Sony vs Microsoft con Nintendo da terzo incomodo, ieri Sega vs Nintendo con una guerra che farebbe rabbrividire la versione all’acqua di rose della console war odierna. Per essere precisi i miei primi approcci a questo mondo furono grazie alle preistoriche console portatile targate GiG (almeno da noi distribuite dal gruppo Giochi Preziosi) che riproponevano titoli decisamente importanti come Altered Beast, Ninja Gaiden e Golden Axe. Ma il primato alla fine andrà a Sonic 2, sequel di quel porcospino blu che fu il vero e proprio condottiero che è riuscito a detronizzare Super Mario dall’essere l’unica icona videoludica, diventando negli anni un must soprattutto per i ragazzi.

Tornando agli anni 90 vi fu un’altra rivoluzione importante, quella delle console portatili, parlo ovviamente del Game Boy, vera e propria icona del periodo ed io, come ogni ragazzino, volevo avere la mia versione dopo che il classico cugino più grande mi mostrò un delizioso videogioco in cui impersonavi un piccolo vampiro: Kid Dracula, spin off del sicuramente ben più noto Castlevania. Ovviamente il Natale era il periodo ideale per tediare i miei genitori e cercare di ricevere il tanto ambito mattone a pile, ma il destino decise che quella console war io l’avrei combattuta assieme a Sega, perché mi arrivò il Sega Mega Drive (pubblicizzata da un meravigliosamente imbarazzante Jerry Calà). Ovviamente il gioco che mi lanciò in questo stupendo mondo fu proprio Sonic 2.

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Sonic 2 fu un vero miglioramento di quello che era diventato il gioco per i “ragazzi ribelli”, veloce e scanzonato, irrispettoso e punitivo, il porcospino blu aveva doppiato la concorrenza ed il suo sequel fece ancora meglio, dandoci la possibilità di poter giocare in 2 (utilizzando Tales, Il volpino) e vivendo mondi nuovi e meravigliosi con musichette insistenti che entrarono dritto nel mio cuore. Quel periodo fu sicuramente intriso di giochi memorabili, in una unione tra vecchi capolavori rispolverati grazie ad un disastrato PC (Fuga da Monkey Island, Civilization, Alone in the Dark) e nuovi giochi recuperati una volta che Ps One entrò nelle nostre case (Metal Gear Solid, Final Fantasy VIII, Resident Evil). C’è però da dire che quelle montagne russe colorate, i robottini dai quali uscivano animaletti se colpiti e quel poco paziente Sonic aiutato dal suo compagno, rimarrà nel mio cuore e fu la chiave che aprì la porta per il magico mondo del gaming.


Alessandro Palladino

Il mio primo gioco in assoluto, se consideriamo esclusivamente le console casalinghe, è stato Metal Slug X sulla prima PlayStation. La console mi fu regalata dai miei e ricordo ancora che me la diedero semplicemente ponendola sul mio letto prima che mi svegliassi, come a farmi credere che fosse apparsa lì per magia. Ovviamente funzionò, ero un bambino al tempo, e non ci volle poi molto per montarla alla TV. La cosa curiosa però era che la console non era accompagnata da nessun gioco ufficiale, una cosa che ora come ora appare strana ma che ai tempi era quasi pratica comune. Infatti l’acquisto era stato fatto presso un negozio d’elettronica molto piccolo nella zona di periferia in cui ancora abito, dove si vendeva di tutto senza alcun tipo di etichetta sopra.

Colossi come Mediaworld ed Euronics ancora non erano così diffusi, e così la gente si rivolgeva a quelli che erano i centri principali per qualsiasi cosa avesse a che fare con le diavolerie informatiche, compresa la nuova console da gioco di casa Sony. Per tale ragione, insieme all’acquisto della console, i miei genitori si affidarono ai consigli del negoziante di turno, il quale aveva dei buoni gusti e gli rifilò un disco masterizzato con dentro Metal Slug X. Qualcuno potrebbe dire che non è proprio un titolo adatto a un bambino in tenera età, eppure era una violenza così cartoon che era un po’ come quando Bart e Lisa guardavano Grattachecca e Fightetto in TV: accettabile.

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Ci spesi così tanto tempo a casa che quando andavo nella sala giochi di zona mi bastavano pochi gettoni per arrivare verso la fine del gioco, ed era alquanto bello poter vivere questa doppia dimensione del videogiocare senza sacrificare una o l’altra. Il tempo ha cambiato le cose, tristemente, ma il ricordo di quel mio primo approccio alla console è ciò che alla fin fine mi ha portato ad amare il classico Neo Geo alla follia.


Gioele Maria Pignati

Ricordo abbastanza bene la mia prima esperienza videoludica. È stato sicuramente all’inizio della scuola elementare. Era sera ed io e la mia famiglia eravamo stati invitati dagli zii paterni ad una cena nella loro casa in campagna. Mio cugino frequentava le superiori ed aveva una notevole passione per i computer. Al centro del salotto di casa sua aveva piazzato un pc, almeno per l’epoca, davvero potente e costoso, con caricato Windows 95. Partendo da un desktop dove troneggiava uno sfondo raffigurante un astronauta, mio cugino mi mostrò qualche programma tra cui l’indimenticabile enciclopedia Omnia della DeAgostini ed un gioco che, solo anni dopo, scoprii essere Duke Nukem 3D.

Era un videogame favoloso, di ultima generazione, tridimensionale, e per me che non avevo nessuna esperienza in campo videoludico, provarlo fu certamente qualcosa di magico. Non avevo la più pallida idea di come si giocasse, ero talmente impacciato che rimanevo impuntato contro le pareti chiedendomi come mai i muri si storcessero. Scoprii successivamente che ciò dipendeva dalla distorsione delle texture, tipica delle grafiche dei giochi dell’epoca.

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Mio cugino mi aiutò a finire il primo quadro e ad iniziare il secondo. Non lo scordai mai più: quel livello, “Hollywood Holocaust” mi resterà per sempre nel cuore. Ma questo, insieme ad un’anonima console comprata al supermercato, contenente svariati giochi ispirati al NES, e ad un Game Boy trasparente con Kirby’s Dream Land, entrambi arrivati poco dopo, fu solo un piccolo assaggio. Non portai a termine nessuno di questi videogiochi. Quello che considero a tutti gli effetti il mio primo titolo, giocato dall’inizio alla fine con sommo piacere, fu, l’ancora meraviglioso, Crash Bandicoot 3, che mi venne regalato nel Natale del 1998 insieme alla prima PlayStation. Grafica e sonoro sbalorditivi ed una giocabilità senza tempo mi tennero compagnia per ore ed ore di spensierato divertimento a caccia di mele e cristalli tra le epoche.

Ricordo pure che lo rigiocai un paio di volte, perché ebbi la malaugurata idea di far provare il gioco alla mia sorellina, che non si sa come, lasciata da sola per un minuto, fu in grado di eliminare irrimediabilmente tutti i salvataggi. Dire che andai su tutte le furie è un eufemismo, ma ormai la frittata era fatta. Riuscii comunque ad avere la mia vendetta smontando diverse case per le bambole, ma questa è un’altra storia.


Michele Pintaudi

È difficile ricordare con esattezza quale sia stato il mio “vero” primo videogioco. Il primo ricordo davvero nitido che ho mi riporta però a quando avevo quattro anni, e giochicchiavo al computer a casa di mio cugino. Un giorno rimasi affascinato da un particolare personaggio e dal mondo in cui (non) viveva la sua avventura: quel personaggio era Manny Calavera, protagonista di Grim Fandango.

Ero chiaramente troppo, troppo piccolo per capire davvero trama e significati di quello che per me era, probabilmente, poco più di una divertente sequenza di immagini di scheletri che parlavano tra di loro (anche se già allora mi chiedevo come facessero a fumare senza polmoni). Con gli anni ho avuto diverse occasioni di giocare e di comprendere davvero l’opera di Tim Schafer, ed è allora che Grim Fandango è diventato il mio videogioco preferito in assoluto.

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L’avventura di Manny mi ha infatti accompagnato in diversi momenti della mia vita: ricordo di averci giocato durante le scuole medie, di averla colta in tutte le sue sfumature all’inizio della quarta superiore e di averla rivissuta pochi anni dopo in compagnia della mia ragazza. Tantissimi bei ricordi per un’avventura che, nella sua complessa semplicità, mi ha fatto davvero innamorare dei videogiochi.


Antonio Rodo

Piccola premessa. Già, già, mi spiace ma è proprio il caso di cominciare così: nonostante la giovane età non ricordo assolutamente la mia primissima esperienza videoludica; ricordo più che altro la console con la quale cominciai, quella bellissima PlayStation, ma non il primo videogioco in assoluto. Scavando a fondo e cercando di analizzare per bene i miei ricordi, tuttavia, riesco ad identificare due possibili primissimi videogiochi da me giocati: Crash Bandicoot e Bugs Bunny. Del primo ricordo molto anche grazie al suo ritorno sul mercato sottoforma di remake; mentre del secondo i ricordi sono confusissimi. Mi sono rimaste impresse nella mente due scene: una che vede il buon Bugs intento a rubare il pollo all’interno di una grossa imbarcazione, e un altro livello ambientato su delle rotaie.

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Per quanto riguarda le primissime esperienze pad alla mano, quindi, diciamo che più di questo non riesco a ricordare. E ricordo davvero poco dei giochi in sé, poiché è invece il contesto ad essermi rimasto particolarmente impresso. Ad esempio ricordo che quella meravigliosa PlayStation non era mia, ma di mio cugino, e che mi ci fiondavo tutti i pomeriggi insieme a mia sorella, una volta tornati entrambi da scuola. Le giornate erano sostanzialmente sviluppate in questo modo: la mattina a scuola, il pranzo dai nonni e il pomeriggio a sfondarsi di videogiochi. E niente, tutto qui. Probabilmente tendo a ricordare poco perché le esperienze che mi hanno davvero segnato arrivarono dopo, dal primissimo Resident Evil allo straordinario Metal Gear Soli; esperienze, queste, davvero vive nella mia testa. Lascio la palla al prossimo collega.


Simone Alvaro Segatori

Io e Guybrush ci conosciamo da tanto tempo. Così tanto che a questo punto non so più se la sua compagnia sia diventata una vera e propria maledizione. La nostra storia è cominciata tanto tempo fa: io ero un bambino poco più alto di un divano – ma pesante altrettanto – e lui era un floppy dimenticato in uno scantinato.

Stavo giocando a casa di amici ad avventure inventate che includevano pavimenti pieni di lava bollente e coccodrilli scheletrici. Era la fine ormai e dovevamo prendere una decisione tra rimanere ad affondare nella lava sul divano o saltare sul tappeto e salvarci. Scegliemmo di saltare: Flavia (detta bertuccia per la sua somiglianza con… la zia Berta!) atterrò sul bordo per un soffio rotolando come una vera bertuc… emh, avventuriera! Lorenzo, che a quell’età era già alto quanto un attaccapanni, si limitò a fare un passo giungendo in salvo sul tappeto.

Io invece, capitombolai nella lava con tutta la mia stazza sotto lo sguardo curioso di Bambino Brum Brum (il fratellino di qualcuno che giocava sempre con le macchinine e di cui non ricordo il nome!) Il botto – che era stato grosso lasciandomi livido per settimane – fece aprire la porta della cantina. Un luogo magico ai nostri occhi da piccoli esploratori, ma in cui ci era vietato giocare. Dopo 5 secondi dall’avvenimento però, eravamo già di sotto a frugare in quell’antica tomba alla ricerca di qualche tesoro o scheletro perduto.

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E lo trovammo! Una scatola di The Secret of Monkey Island su cui svettava un teschio, una ciurma di pirati e uno strano indigeno con la testa a forma di limone. Fu amore a prima vista! Il resto sono ricordi confusi tra i rimproveri dei nostri genitori, le sculacciate e la risata malefica di Bambino Brum Brum che aveva fatto la spia sulla nostra posizione. Più tardi però mio padre mi insegnò a giocare con quei pirati. E Guybrush, LeChuck e tutte le altre creature ideate da Ron Gilbert furono il primo tassello della mia passione per i videogiochi.

Una passione che oggi è diventata un lavoro e, a tratti, quasi una maledizione (soprattutto quando hai finito i pinguini da sacrificare a divinità pagane per ottenere una PS5), ma ci sono ancora giochi che hanno la capacità di emozionarmi, proprio come fece Monkey Island. E quando ci gioco, se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire le scimmie.


Francesca Sirtori

Eravamo alla fine degli anni Novanta, e per la prima PlayStation era appena uscito un titolo che aveva colpito i miei genitori, tanto da indurli a sceglierlo come primo titolo per la console che stava arrivando a casa nostra. Parliamo di MediEvil, il primo episodio di un franchise purtroppo poco sfruttato e sviluppato che racconta le gesta di Sir Daniel Fortesque, che è riuscito a rimanere impresso nella mia memoria bambina e a rimanerci ora come allora, ben oltre vent’anni dopo dalla prima volta che ho cominciato la prima partita.

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Il regno di Gallowmere ha sicuramente riservato tante simpatiche sorprese e un character design decisamente incredibile per l’epoca, con una colonna sonora che porto nel cuore come i gemiti di dolore di Sir Dan ogni volta che prendeva fuoco (e non sono state poche, decisamente). Un’esperienza che rimane comunque diversa, non solo per epoca e per contesto temporale, dalla recente prova della versione remake.


Giacomo Todeschini

Estate del 2000 sulla riviera romagnola. Questo è il setting di quello che reputo essere il mio primo incontro con il medium videoludico. Un giovane Giacomo, che da li a pochi mesi avrebbe cominciato le elementari, passava le serate di quell’indimenticabile estate in un unico posto, la sala giochi.

A fargli compagnia era un videogioco in particolare, Metal Slug. Con l’opera di SNK fu amore a prima vista, un qualcosa di difficile da spiegare, ma che catturò fin da subito l’attenzione del giovane videogiocatore. Una grafica accattivante, un gameplay sublime ma soprattutto tanto, tanto divertimento. Le carte in regola c’erano veramente tutte e fu infatti un attimo farsi catturare da quel magico e variopinto mondo.

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Un mondo che non mi ha più lasciato e che mi ha portato nel2020, vent’anni dopo quel primo folgorante incontro, a far entrare un cabinato nella mia abitazione con l’unico scopo di poter rivivere quei momenti, per poter vivere ancora una volta l’emozione di vedere sullo schermo “Mission Complete”.


Andrea Maiellano

Potrei rispondere rapidamente questa domanda dicendovi che fin dai miei primi mesi di vita stavo sulle gambe di mia madre mentre giocava a Pitfall su un Atari 2600 ma per quanto sia, a tutti gli effetti, il mio primo contatto con l’universo videoludico, il battesimo arrivò a tre anni, quando un Nintendo Entertainment System arrivò a casa mia assieme alla celebre accoppiata: Super Mario Bros./Duck Hunt.

Gli anni seguenti furono un turbinio di nuove esperienze, emozioni e sensazioni che ancora oggi permangono nei miei ricordi più cari. Il Super Nintendo arrivò da lì a breve ma fino alla venuta della prima PlayStation, le due console di Nintendo restarono collegate entrambe al piccolo televisore a tubo catodico nella mia cameretta. Non importava di che generazione fossero i giochi che arrivavano… bastava che sapessero emozionarmi. Fu così che i costanti game over con il primo gioco dedicato alle Turtles, distribuito dalla Palcom, si alternavano a lunghe passeggiate nella Hyrule di A Link To The Past.

Super Mario Bros. (1985)
narrazione nei videogiochi

Seppur i miei primi ricordi videoludici siano legati ai titoli più o meno celebri usciti per NES e SNES, non posso che rispondere a questa domanda citando il primo capitolo di Super Mario Bros. che per tutti quegli anni rimase una presenza costante nel mio NES, oltre che uno di quei giochi in grado, ancora oggi, di riportarmi alla mente momenti, profumi ed emozioni provate nei primi anni della mia vita.


La parola passa ora a voi lettori: qual è stato quel titolo che ha fatto scoccare la scintilla tra voi e questo fantastico mondo? Quali sono i bei ricordi che avete sul vostro primo videogioco? Vi abbiamo raccontato la nostra esperienza, ora siamo curiosi di sentire la vostra!

Crash Bandicoot: N-Sane Trilogy è il titolo perfetto per (ri)scoprire una delle saghe simbolo della storia dei videogiochi!