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La carica dei 101: 60 anni di dalmata

Fin dagli anni Sessanta, lascia la sua macchia in chiunque lo veda. Partito da premesse tutt’altro che rosee, ha saputo caricarsi sulle spalle il destino di uno studio d’animazione storico, fino a segnare una svolta nella tecnica stessa dell’animazione. Stiamo ovviamente parlando de La Carica dei 101, il lungometraggio di Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi che a inizio anni Sessanta ha risollevato la casa di Topolino. Il film fu infatti distribuito nei cinema statunitensi il 25 gennaio 1961. A precisamente sessant’anni da quel momento ripercorriamo la storia del diciassettesimo Classico oggi disponibile su Disney+.

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Il grande errore di Aurora

Come detto, le origini de La Carica dei 101 (originariamente distribuito in Italia con il titolo esteso “La carica dei cento e uno”) non sono state, ai tempi, le migliori. Il film dei dalmata è infatti legato a doppio filo al lungometraggio immediatamente precedente: La Bella Addormentata nel Bosco. Quest’ultima pellicola era uscita alla fine degli anni Cinquanta ed era risultato di uno sforzo monumentale tanto nella grafica quanto nelle intenzioni. Il voler raccontare nuovamente una fiaba classica si contaminava infatti con una resa visiva ricercata, di diretta ispirazione alle miniature medievali.

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Ma soprattutto, La Bella Addormentata nel Bosco fu l’ultimo film a venire prodotto alla maniera tradizionale. Fino a quel momento infatti i fotogrammi venivano realizzati riportando a mano sugli acetati i bozzetti degli animatori. Per quanto romantica, questa fase intermedia di inchiostrazione era lunga e costosa: entrambi questi difetti vennero a galla proprio con la distribuzione de La Bella Addormentata nel Bosco. Il dilungarsi del lavoro aveva fatto lievitare il budget fino a 6 milioni di dollari: il passaggio al cinema ne riportò indietro solo 5,3. Il film quindi si guadagnò l’infelice primato di prima produzione in perdita dello studio dopo dieci anni.

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Malgrado poi le successive redistribuzioni gli abbiano permesso comunque di trasformarsi in attivo, La Bella Addormentata nel Bosco fu un brutto colpo per la casa di Topolino. Ai tempi era il film più costoso che lo studio avesse mai fatto, eppure il poco successo al cinema aveva appena dimostrato che il pubblico non era più in vena di fiabe. Se la divisione di animazione della Disney voleva sopravvivere, doveva reinventarsi e in fretta.

Dalle principesse dormienti… ai dalmata

Ovviamente la reinvenzione doveva avvenire in un periodo che non era dei migliori. All’inizio del decennio la divisione animazione della Disney subì un pesante ridimensionamento del personale, tanto che venne addirittura accarezzata l’idea di chiuderla. Il motivo era semplice: pur non avendo prodotto perdite davvero catastrofiche, La Bella Addormentata nel Bosco aveva fatto emergere che il meccanismo di produzione si era “inceppato”. Il rischio concreto era che appunto il ramo animazione dell’azienda diventasse economicamente insostenibile. L’unico modo per sopravvivere era un film per certi versi più “modesto”.

Ed ecco quindi che si arrivò a La Carica dei 101: Walt Disney lesse il romanzo originale (omonimo) di Dodie Smith nel 1957 e ne comprò subito i diritti. A trasformare il libro in sceneggiatura pensò Bill Peet, che a differenza di molte altre pellicole dello studio (di ieri e oggi) adattò il libro completamente da solo. Prova di questo suo enorme sforzo ancora si trova negli archivi della Disney, dove appare evidente di come le sequenze finali siano letteralmente dei ricalchi del lavoro di Peet, qualcosa che tutt’oggi genera stupore anche tra gli addetti ai lavori.

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Ma a fare veramente la differenza fu appunto lo stravolgimento di contesto e soprattutto di mentalità. Letteralmente, un film che facesse scendere i principi dal cavallo e le principesse dal piedistallo. Ma La Carica dei 101 non si limitò solo a “togliere di mezzo” la fiaba: traslò la narrazione in ambiti, epoche e situazioni che parlassero direttamente ai suoi spettatori. E il primo passo fu, se vogliamo, il più “doloroso”: niente canzoni, perlomeno ufficialmente. Ne La Carica dei 101 i personaggi non cantano, un bel paradosso considerando che il personaggio di Rudy è un musicista. Chiaramente siamo ancora lontani da certi “estremismi” fatti decenni dopo (ad esempio con Atlantis – L’Impero Perduto), ma per i tempi non mettere numeri musicali era già una frattura con il passato.

La Carica dei 101: padroni, pellicce e dalmata

La storia è celebre: Rudy e il suo cane dalmata Pongo si sposano rispettivamente con l’umana Anita e la dalmata Peggy. Delle coppie “contemporanee”, che per la prima volta la casa di Topolino mostrava in espliciti atteggiamenti affettuosi, da un ballo a un bacio (per quanto quest’ultimo non così palese). La serenità di entrambe le famiglie sarà minacciata da Crudelia De Mon, che ha messo gli occhi sulla cucciolata di Pongo e Peggy per farsi una pacchianissima pelliccia a macchie nere. A questo seguirà una rocambolesca fuga dai due scagnozzi di Crudelia Orazio e Gaspare, prima di un giusto lieto fine.

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Al di fuori della trama, a contare molto di più in questo film è appunto la dimensione di realtà, che specialmente nelle sequenze iniziali assume toni praticamente descrittivi. Per quanto con qualche edulcorazione, La Carica dei 101 mette quindi in scena la quotidianità della sua epoca, con molti meno filtri di quanto ci si aspetterebbe (oggi come ieri) da un film Disney. Attraverso le diverse donne (e rispettive razze dei loro cani da compagnia) viste e “valutate” da Pongo, il film ci fa capire senza malizia come la società dell’epoca cercasse di reinventarsi. La musica jazz e blues colora poi una Londra dal sapore fumettistico, prima di zoomare sullo squattrinato Rudy. Il padrone di Pongo è un annoiato scapolo che vive nel disordine, palesemente perso dietro una creatività che nessuna boccata di pipa riesce ad accendere. E lo stesso Pongo non fa eccezione, con un’unica variante: sarà appunto lui a prendere l’iniziativa per sbloccare le loro vite.

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Basta quindi andare oltre l’occhiata superficiale per vedere come, sotto l’aspetto caricaturale, la società ritratta da La Carica dei 101 sia qualcosa di incredibilmente realistico. Il ribaltamento concettuale sta appunto nel raccontarla attraverso il punto di vista degli animali domestici. Pongo considera il padrone come un amico (parla proprio di “amico bipede” o “il mio bipede”) ma allo stesso tempo lascia intendere l’esistenza di una vera e propria “società animale”, parallela a quella umana. Una società dove gli animali sono consapevoli sia dei propri “limiti” che di quelli degli umani. Eppure li rispettano e li aiutano: il ribaltamento concettuale assume toni divertenti, nel suo porre allo spettatore umano l’insolita domanda “ma sono io che mi occupo del mio cane, o è il mio cane che si occupa di me?”.

Ub Iwerks e la fotocopiatrice miracolosa

Al di fuori degli scambi contestuali riproposti anche in futuro (uno per tutti, Gli Aristogatti del 1970), il motivo per cui La Carica dei 101 è ricordato nella storia dell’animazione sta nella rivoluzionaria tecnica di produzione: la xerografia. A incaricarsene fu nientemeno che Ub Iwerks, il grande collaboratore di Walt fin dalle origini e oggi (giustamente) riconosciuto come co-creatore nientemeno che di Topolino.

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Iwerks, tornato alla Disney dopo un periodo di separazione lavorativa che non era andato bene, inventò tale tecnica partendo dallo stesso principio della fotocopiatrice. In questa maniera i disegni degli animatori poterono essere trasferiti direttamente sui rodovetri, saltando completamente tutto il processo di inchiostrazione che tanto aveva gravato sul budget de La Bella Addormentata nel Bosco.

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Un’idea che, pur non piacendo a tutti, fu anche l’ennesima manifestazione di quanto i creativi dietro La Carica dei 101 fossero in qualche modo “contenti” di poter lavorare al film. Lo stesso motivo delle macchie, oltre appunto ai cani dalmata, venne impiegato anche su sfondi e scenografie, che a fronte dell’esser disegnate con linee realistiche ricevettero a loro volta “macchie” di colore. Persino i titoli di testa ruotano intorno a questo motivo, ed è stato più volte ammesso che senza l’intuizione di Iwerks probabilmente questo classico Disney non avrebbe mai visto la luce.

Crudelia De Mon, Crudelia De Mon…

Grazie appunto ai miglioramenti tecnologici e ad alcuni spigoli, alcuni fatti anche per far di necessità virtù (segmenti di animazione riciclati o troppo grezzi, nonché problemi di pulizia dei disegni) La Carica dei 101 si rivelò un autentico successo al botteghino. Costato poco più della metà de La Bella Addormentata nel Bosco, in un anno incassò ben 14 milioni di dollari nei soli Stati Uniti, risollevando quindi le sorti dell’animazione Disney.

Uscendo per un momento dalla componente antropologica e storica, uno dei motivi per cui il film mantiene ancora la propria freschezza non sta nella componente tecnica, ma nel suo sfaccettato antagonista: la perfida e indimenticabile Crudelia De Mon.

Crudelia: Anita, tesoro!

Anita: Come stai?

Crudelia: Miseramente cara, come al solito. Superbamente a pezzi!

(le prime battute del personaggio di Crudelia)

Altezzosa e con i capelli bicromatici, attraverso Crudelia De Mon i registi cercano di evolvere la figura della strega. Tolti gli anacronistici poteri magici, questo topos letterario diviene una fumatrice decadentista, resa incontentabile dal suo stesso denaro e dominata da un ossessivo consumismo. Ma al di fuori della sua componente malvagia, la sua autoironia nel saper accettare i propri disagi le hanno valso la paradossale simpatia del pubblico. Tanto che la scena in cui dice di sentirsi “magnificamente a pezzi” è stata talvolta usata come meme su internet.

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Nel corso dei decenni il film originale venne più volte ridistribuito nei cinema, diventando un guadagno costante che generò centinaia di milioni di dollari. Ma fu anche uno dei primi ad avere un remake live action: nel 1996 venne infatti distribuito La Carica dei 101 – Questa volta la magia è vera, dove Crudelia era interpretata nientemeno che da Glenn Close. Anche questo riadattamento fu un successo planetario, non mancando di generare negli anni Duemila sequel fuori e dentro dal rodovetro (rispettivamente, La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda e La carica dei 101 II – Macchia un eroe a Londra). A ulteriore testimonianza di quanto Crudelia sia rimasta nei cuori degli spettatori c’è il live-action Cruella. Attualmente in lavorazione, quest’ultima pellicola vedrà Emma Stone nella parte della perfida protagonista.

Crudelia De Mon, la shopaholic Disney
Disney Villains

Il motivo principale le ambiguità sulla figura di Crudelia sta nel fatto che, dopo il film d’animazione, il brand non ha appunto mancato di generare seguiti e opere derivate. Il necessario approfondimento del personaggio ha infatti creato pareri contrastanti. Nel film originale al massimo poteva essere una ricca e annoiatissima ereditiera, mentre nell’universo (parallelo?) del live action del 1996 è stata trasformata in una facoltosa stilista. Nei sequel in animazione invece viene dipinta come in libertà vigilata, nonché ancora irrimediabilmente ossessionata dalle pellicce a macchie nere. Ma come per molti altri antagonisti Disney, quella di Crudelia è una caccia che è destinata a rimanere inappagata.

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Conclusione: macchie parlanti

Sessant’anni dopo la sua distribuzione originale, La Carica dei 101 rimane un film con qualcosa da dire. Ma dove nelle origini poteva assumere velleità ritrattistiche, oggi è divenuto una preziosa testimonianza di un percorso evolutivo non solo antropologico, ma anche tecnologico. Un film nato facendo di necessità virtù su molte cose, ma che proprio dalle ristrettezze ha saputo recuperare il contatto con la realtà.

Una realtà che volendo ha dipinto come fumettosa e caricaturale, due caratteristiche che però hanno avverato il paradosso di renderla più vicina a quella degli spettatori. Nonché uno dei primi film d’animazione che tentasse autenticamente di immaginare fantasiosamente come animali e umani convivano da sempre in due società “parallele”. E che gli umani, purtroppo o per fortuna, non riescono a percepire.

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